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Teatro Regio di Torino: Charlie Chaplin, Tempi moderni

Tempi Moderni, una storia sull’ industria, sull’ intraprendenza individuale, sulla crociata dell’ umanità che cerca la felicità

tempi_moderniTempi Moderni, scena del film

Con questo film non mi propongo di trattare alcun problema politico e sociale. I miei eroi saranno degli operai. Il mio personaggio è l’uomo. Non l’ho mai battezzato; non ha nome: è l’uomo“, Charlie Chaplin

 

Concerto di Capodanno

 

Appuntamento straordinario quello proposto dal Teatro Regio di Torino: in occasione dell’ 80° anniversario della prima proiezione di “Tempi moderni” di Chaplin e del 40° anniversario della morte di Charlie Chaplin (1889-1977) verrà eseguita la meravigliosa colonna sonora con proiezione del film: 


Charlie Chaplin, Tempi moderni

 

QUANDO:

Venerdì 30 Dicembre 2016, 20.30

Sabato 31 Dicembre 2016, 17.30

 

DOVE: Teatro Regio di Torino
Piazza Castello, 215

10124 Torino (TO)

 

INTERPRETI:

Timothy Brock, Direttore

Filarmonica Teatro Regio Torino

 

QUALCHE INFORMAZIONE SUI BIGLIETTI:

Primo settore: € 30,50

Secondo settore: € 26,50

Terzo settore: € 23,50

Ridotti: € 26,50, € 24,50, € 21,50 (riservati agli over 65)

 

Teatro Regio di Torino: Charlie Chaplin, Tempi moderni

 

se non sapete come fare e se volete, potete rivolgervi all’ Associazione Ma.Ni. per acquisto e ritiro dei biglietti. Potete scrivere a mara.grisoni@gmail.com o telefonare al numero +39 327 – 79.68.987.

… … …

IL PROGRAMMA…

Durante una tournée europea in promozione del film Luci della città, Chaplin ebbe l’ispirazione per Tempi moderni traendo spunto sia dalle misere condizioni nelle quali era sprofondata l’Europa durante il periodo della Grande depressione, sia da una conversazione avuta con il Mahatma Gandhi nella quale Gandhi biasimò la tendenza “all’industrializzazione sconsiderata con in mente solo il profitto”.

Chaplin già nel 1923 venne profondamente colpito da una visita agli stabilimenti Ford di Highland Park, ma solo dieci anni dopo il regista decise di raccontare l’alienazione della fabbrica, l’ operaio che esasperato dai ritmi della catena di montaggio arriva ad impazzire in un crescendo di gag divertenti e inquietanti allo stesso tempo che culminano nella sequenza culto di Charlot incastrato negli ingranaggi della macchina.

Soltanto un protagonista come il Charlot di Tempi moderni, privo non solo di coscienza di classe ma anche di qualsiasi coscienza, può far diventare comiche le sequenze sul macchinismo, scrive su L’ Espresso Alberto Moravia nel ’72

Tanti aspetti della lavorazione del film, che durò undici mesi a cavallo tra il 1934 e ’35, proiettato poi la prima volta il 5 febbraio 1936, sono cambiati nel corso delle riprese. Inizialmente Chaplin pensava di realizzare la sua prima pellicola “sonora”, procedendo, quindi, a scrivere dialoghi e scene sonore. Tuttavia, egli abbandonò presto l’idea originaria convertendo il tutto in forma di film muto con effetti sonori sincronizzati, in quanto temeva che veder parlare il suo Charlot, noto in inglese come il Little Tramp (il vagabondo), avrebbe fatto perdere tutta la poesia del personaggio. Tuttavia Tempi moderni rimase un film muto, pur contenendo alcune scene sonore dove queste erano filtrate da apparecchi, radio, riproduttori, ma mai un dialogo vero e proprio.

Celebre l’ interpretazione di Je cherche après Titine (conosciuta anche come Io cerco la Titina o Nonsense Song) nel finale del film dove il Vagabondo canta in una lingua inventata (grammelot), misto di parole in francese, spagnolo e italiano spesso storpiate e messe assieme senza un vero costrutto.

Il riferimento alla droga nella scena della prigione è qualcosa di audace per l’epoca in quanto il famigerato Codice Hays, entrato in vigore nel 1930, proibì ogni riferimento o rappresentazione di droghe illegali nei film; in passato, Chaplin aveva già fatto riferimento a sostanze illecite in uno dei suoi più celebri cortometraggi, Charlot poliziotto, uscito nel 1917.

Inoltre Chaplin per la prima volta decise di dividere la scena e il ruolo da protagonista con un’ attrice, la giovane Paulette Goddard che il regista trasformò in una star facendole prendere lezione di canto, ballo, recitazione. A lei Chaplin rimase legato sentimentalmente per otto anni ed è grazie forse anche a questo rapporto che Charlot se ne va nel tramonto non più solo. In realtà era stato girato anche un altro finale, come testimoniato da alcune fotografie, in cui la Monella, sconfitta dagli eventi sfortunati che continuavano a succedersi, decide di prendere i voti. Ma invece, come si sa, fu un’ altra sequenza, quella girata da Chaplin nell’ ultimo giorno di riprese il 30 agosto 1935 sulla Sierra Highway vicino ad Acton in California, ad essere montata: Charlot e la Monella si allontanano verso l’orizzonte con lo schermo che si chiude a iris.

Sono gli unici due spiriti vivi in un mondo di automi – aveva detto Chaplin nella prima descrizione che aveva dato dei due personaggi – Entrambi possiedono l’eterno spirito della giovinezza e sono assolutamente privi di morale

finale

CURIOSITÀ

il film Tempi moderni in Italia aveva avuto difficoltà con la censura finché il Duce in persona, dopo averlo visto e divertito, decide di sdoganarlo.

Per l’ Italia, la realizzazione dei manifesti del film fu affidata al pittore cartellonista Anselmo Ballester di Roma.

Nel 2004 il rapper statunitense J-five campiona la voce di Chaplin nella scena della sua esibizione canora, omaggiando anche l’attore e regista nel testo della canzone (vi è anche un breve riferimento a Il Grande Dittatore). Il brano è intitolato, appunto, Modern Times.

LA CATENA DI MONTAGGIO

Il bersaglio della satira chapliniana in Tempi moderni – la catena di montaggio – precede la Depressione. Introdotta da Henry Ford nel settore automobilistico negli anni Dieci e Venti, l’utilizzo della catena di montaggio fu anche associato al piano di “management scientifico” promosso da Frederick W. Taylor. Chaplin rivelò che era stata la conversazione avuta con un cronista del “World” di New York a dargli lo spunto per la lunga sequenza iniziale: “mi parlò delle catene di montaggio adottate dalle fabbriche di Detroit: la storia angosciosa dei robusti giovanotti strappati alle fattorie con la prospettiva di più lauti guadagni, che dopo quattro o cinque anni di lavoro alle catene di montaggio diventavano rottami umani col sistema nervoso a pezzi”.
Dal punto di vista puramente visivo e della satira sociale alcune delle trovate più divertenti sono proprio all’ inizio del film, con Charlot che fa da cavia per la sperimentazione di un macchinario per alimentare gli operai e lentamente perde la salute mentale alla catena di montaggio nel nome di una maggiore produttività industriale. Anche il proprietario della fabbrica, che passa il tempo facendo puzzle e leggendo fumetti, ma che allo stesso tempo spia i suoi dipendenti e ordina che la catena di montaggio venga azionata a una velocità inumana, è una figura antagonista piuttosto tipica nei film sulla Depressione.

TRAMA

I gesti ripetitivi, i ritmi disumani e spersonalizzanti della catena di montaggio minano la ragione del povero Charlot protagonista del film, nei panni di un operaio meccanico. La pausa pranzo potrebbe concedere un momento di riposo per tutti i lavoratori della fabbrica, sennonché Charlot viene prescelto per sperimentare la macchina automatica da alimentazione, che dovrebbe consentire di mangiare senza interrompere il lavoro (aspetto che in una visione scientifica del lavoro produrrebbe vantaggio competitivo). L’esperimento però gli causa parecchi danni dato che il marchingegno non funziona come si aspettavano. La sua mansione è quella di stringere i bulloni, le infinite ore di lavoro lo portano ad essere ossessionato al punto da immaginare che i bottoni della gonna indossata dalla segretaria siano bulloni da stringere. Egli perde così ogni controllo sulla propria mente.

Chaplin_-_Modern_Times

Con gesto liberatorio mette mano su leve e pulsanti all’interno della sala di comando del suo reparto, provocando il fermo dell’intera catena produttiva e, dopo aver spruzzato in faccia a tutti l’olio lubrificante per gli ingranaggi, Charlot sarà affidato forzatamente ad una clinica affinché venga riabilitato dall’esaurimento nervoso.

Dimesso dall’ospedale raccoglie una bandiera di segnalazione caduta da un mezzo in transito e la agita per richiamare l’attenzione dell’autista, senza accorgersi che dietro le sue spalle si sta aggregando un corteo di disoccupati che marciano agitando anch’essi delle bandiere. La carica della polizia disperde i manifestanti e provoca l’arresto dell’ignaro Charlot ritenuto, a torto, a capo dei dimostranti.

Egli viene allora rinchiuso nel penitenziario dove, grazie all’effetto di una sostanza dopante accidentalmente ingerita, da solo e senza accorgersene sventa il tentativo di rivolta di alcuni galeotti, guadagnandosi la grazia, la remissione del reato e la libertà con tanto di lettera di presentazione che attesta le sue qualità.

La recessione che attanaglia il paese, la chiusura delle fabbriche e la conseguente perdita del lavoro generano uno stato diffuso di povertà e scontento e stimolano il ricorso ad espedienti non sempre legali pur di sfamare la famiglia. Le merci delle imbarcazioni attraccate al porto sono un richiamo irresistibile per una giovane monella, che vuole contribuire a sfamare i ragazzini del quartiere e le sue sorelle più piccole, alle quali il padre disoccupato non può provvedere e che sono orfane di madre. Quando lo sfortunato genitore perderà la vita colpito da un proiettile esploso durante una manifestazione di protesta dei disoccupati, la sua famiglia verrà disgregata con l’affidamento delle sorelle minori ad un istituto. Anche la monella vi sarebbe destinata; ella riesce però a sottrarsi al suo destino con la fuga.

Nel frattempo la lettera di presentazione frutta a Charlot l’ingaggio presso un cantiere navale dove è in fase avanzata la costruzione di una maestosa imbarcazione che non sarà mai ultimata, dato che Charlot la varerà prima del tempo, sotto lo sguardo attonito dei colleghi, rimuovendo inavvertitamente il cuneo di ancoraggio che la trattiene sulla terra ferma. Il dignitoso auto licenziamento e il girovagare per la città lo portano ad imbattersi nella monella, minacciata d’arresto in quanto responsabile del furto di un filone di pane dal furgone che sta rifornendo una panetteria. Charlot tenterà di addossarsene la colpa con lo scopo di farsi arrestare e di risolvere così il problema del vitto. Riuscirà nel suo intento mangiando gratis una quantità sconsiderata di cibo ad un self-service, prendendo dei sigari e regalando dolci a dei ragazzini senza pagare nulla. Sul camioncino che lo trasporta verso la stazione di polizia sale anche la monella, riconosciuta quale vera autrice del furto, e i due fanno conoscenza. Approfittando del ribaltamento del mezzo, coinvolto in un incidente, Charlot (adesso motivato alla libertà) e la monella si danno alla fuga.

L’infortunio alla guardia notturna di un grande magazzino offre a Charlot la possibilità di rifarsi. Mostrata la sua lettera di presentazione ottiene l’impiego in sostituzione dell’infortunato. Dopo aver preso servizio alla chiusura al pubblico Charlot fa entrare la monella per andare alla scoperta del magazzino. Prima tappa reparto pasticceria per placare la fame; seconda tappa reparto giochi per dare libero sfogo alla voglia di divertimento repressa dalla miseria; infine reparto arredamento dove lei può concedersi il sonno in un fantastico e morbido letto che probabilmente nessuno dei due ha mai provato. Tre malintenzionati armati si sono intanto introdotti nel negozio e hanno immobilizzato Charlot. Uno di loro si rivela essere un suo ex compagno di fabbrica che, come gli altri due, è costretto al furto dalla povertà. I tre festeggiano allora con una bevuta nel reparto alimentare: l’indomani mattina alcune clienti rinveniranno Charlot addormentato sotto il banco dei vestiti. Cacciato dal negozio egli dovrà scontare dieci giorni in galera.

Al suo rilascio la monella lo aspetta e lo invita nell’abitazione che nel frattempo ha rimediato. Si tratta di una catapecchia fatiscente ma, se non altro, è un riparo per la notte e un luogo dove consumare i pasti. L’indomani Charlot, che ha dormito nel canile annesso, scorre il giornale e la lettura della notizia della riapertura delle fabbriche in prima pagina riaccende i loro sogni di normalità. Egli si precipita ai cancelli della fabbrica riuscendo a farsi assumere come aiutante manutentore. Questa volta tra gli ingranaggi finisce il suo capo, a causa sua naturalmente. Inghiottito completamente con la sola testa sporgente toccherà a Charlot alimentarlo durante la pausa pranzo. Un nuovo sciopero interrompe l’attività lavorativa e durante i successivi tumulti Charlot sarà nuovamente fermato e condotto in galera. Anche questa volta la monella lo accoglie al suo rilascio, raggiante di felicità perché ha trovato un impiego come ballerina presso un ristorante, in cui le riesce di far assumere come cameriere lo stesso Charlot.

L’impiego prevede inoltre un’esibizione come cantante e Charlot deve ricorrere all’espediente di scriversi il testo della canzone sui polsini, perché non riesce a ricordarlo. L’operazione è però inutile, poiché al primo gesto del numero, nell’allargare velocemente le braccia, i polsini gli si sfilano ed egli è costretto ad improvvisare le parole sul famoso pezzo della “Titina”, primo e unico episodio di interpretazione sonora del vagabondo. Sarà grazie a questa abilità e al discreto successo ottenuto, più che alle doti di cameriere (travolto dal pubblico danzante peregrinerà per il locale nel tentativo di servire l’anatra che un cliente attende impaziente al tavolo e che non avrà il piacere di gustare), che riesce ad ottenere l’assunzione definitiva. Tutto sembra procedere per il meglio, ma due funzionari dell’ufficio assistenza ai minori orfani bloccano la monella nel corso della sua esibizione con l’evidente intenzione di rinchiuderla in istituto. Ancora una volta, grazie all’aiuto di Charlot, ella riesce a sottrarsi alle autorità e a fuggire.

Sconsolata, si abbandona al pianto sul margine di una strada deserta. Le parole di Charlot, che le dice di sorridere, le infondono la fiducia e il coraggio per rialzarsi e incamminarsi insieme a lui, mano nella mano, lungo la strada che si apre tra gli sconfinati spazi, a dispetto degli ambienti a loro ostili.

RICONOSCIMENTI

Nel 1936 è stato indicato tra i migliori dieci film dell’ anno dal National Board of Review of Motion Pictures.

Nel 1989 è stato scelto per la conservazione nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti.

È stato inserito dall’ American Film Institute nell’ AFI’s 100 Years… 100 Movies (risultando 81° nel 1998 e 78° nel 2007) e nell’ AFI’s 100 Years… 100 Laughs del 2000 (33º posto).

Ancor prima della scena sull’ alienazione dell’operaio in catena di montaggio, il film si apre con una scritta: «Tempi Moderni, una storia sull’ industria, sull’ intraprendenza individuale, sulla crociata dell’umanità che cerca la felicità». La prima scena, quella immediatamente successiva, mostra un gregge di pecore e, subito dopo, si vede un “gregge” di uomini che esce dalla metropolitana e va verso le fabbriche.

Tra tutte le altre cose, Tempi Moderni è famoso anche per il suo finale:

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Charlie Chaplin…

by Strauss-Peyton Studio, bromide print, circa 1920
by Strauss-Peyton Studio, bromide print, circa 1920

Charles Spencer Chaplin nasce il 16 aprile 1889, a Londra, nella tipica periferia suburbana. Il padre era guitto del musuc-hall detito al bere mentre la madre, mediocre cantante, in perenne difficoltà nel trovare lavoro, affida Charles e Sidney (fratello di quattro anni più vecchio) ad un orfanotrofio dove restano due anni.

Infanzia difficile dunque, la sua. A cui si aggiungono a spirale, in un rincorrersi tragico, altri problemi derivati da quella condizione di miseria umana e materiale. Non solo i genitori ad un certo punto si separeranno, ma la madre svilupperà anche una brutta malattia mentale della madre che la costringerà ad un penoso via vai di ricoveri ospedalieri e faticosi ritorni sulle scene. In mezzo a tutto questo, però, Chaplin coltiva forte il sentimento di una necessità di miglioramento, un’ambizione per una vita più dignitosa a cui si vanno ad aggiungere la sua innata intelligenza e la capacità di saper cogliere aspetti del reali oscuri agli altri.

Il talento del giovane Charles, d’altronde, fa presto a manifestarsi. A soli sette anni già affronta il palcoscenico come cantante mentre a quattordici ottiene le sue prime parti teatrali (la seconda è in uno Sherlock Holmes che lo vedrà a lungo in tournée). Non si può dire insomma che non abbia fatto la classica gavetta, che la sua conoscenza del mondo dello spettacolo non sia approfondita. Una scuola di vita che lo porta a diciannove anni ad essere accettato dalla celebre compagnia di pantomime di Fred Karno, con cui collabora per un paio di anni prima della grande tournè americana, l’occasione che gli farà scoprire un mondo diverso, più libero e ricco di possibilità.

Ed è proprio durante un giro di spettacoli ad Hollywood nel 1913, che il produttore Mack Sennett lo scopre, inducendolo poi a firmare il primo contratto cinematografico con la Keystone. Nel 1914 fa la sua prima apparizione sullo schermo (titolo: “Per guadagnarsi la vita”). Per le brevi comiche pensate per Sennett, Charlie Chaplin trasformò la macchietta che si era costuito nel tempo, “Chas” (una sorta di nullafacente dedito solo al corteggiamento), in quel campione di umanità che è il vagabondo “Charlot” (chiamato inizialmente “Charlie” ma poi ribattezzato Charlot nel 1915 da un distributore francese), confezionato da Chaplin nell’indimenticabile “divisa” fatta di baffetti neri, bombetta, giacchetta stretta e corta, pantaloni larghi e sformati e bastoncino di bambù-.

L’attività, come l’epoca vuole, è frenetica: 35 comiche realizzate per la Keystone nel solo 1914 (ben presto anche come regista), 14 per la Essanay nel 1915-16, 12 per la Mutual nel 1917. Un’immensa mole di lavoro che però contribuisce a lanciare definitivamente Charlot, ormai entrato nel cuore di milioni di persone in mezzo mondo. Nel 1918, infatti, Chapli si potrebbe anche considerare “arrivato”: è ricco, famoso e conteso. Una prova? In quell’anno firma un contratto da un milione di dollari con la First National per la quale realizza, sino al 1922, nove mediometraggi (fra cui classici assoluti come “Vita da cani”, “Charlot soldato”, “Il monello”, “Giorno di paga” e “Il pellegrino”).

Seguono i grandi film prodotti dalla United Artists (la casa fondata da Chaplin nel 1919 con Douglas Fairbanks sr., D. W. Griffith e Mary Pickford): “La donna di Parigi” (di cui è solo regista), “La febbre dell’oro” e “Il circo negli anni ’20”; “Le luci della città” e “Tempi moderni” negli anni ’30; “Il grande dittatore” (travolgente satira del nazismo e del fascismo) e “Monsieur Verdoux” negli anni ’40; “Luci della ribalta” nel 1952.

Personaggio pubblico, universalmente acclamato, Charlie Chaplin ha avuto anche un’intensa vita privata, sulla quale sono fiorite leggende di tutti i tipi, poco chiarite ancora oggi. Ad ogni buon conto, a testimonianza della voracità sentimentale del personaggio, stanno a testimonianza quattro matrimoni, qualcosa come dieci figli “ufficiali e numerose relazioni spesso burrascose e dai complessi scioglimenti.

Numerosi anche gli avvenimenti di carattere politico che hanno segnato la vita del grande comico (ammesso che questa parola non sia troppo riduttiva). La presunta origine ebraica e le simpatie per idee e movimenti di sinistra gli causarono numerose grane, fra cui quella di essere sottoposto al controllo dell’FBI sin dal 1922. Nel ’47, invece, viene addirittura trascinato di fronte alla Commissione per le attività antiamericane, sospettato in pratica di comunismo: un’accusa che gli costa l’annullamento nel ’52 (mentre Chaplin era in viaggio per Londra ), il permesso di rientro negli USA.

Nel 1953 i Chaplin si stabiliscono in Svizzera, presso Vevey, dove Charles si spegnerà il 25 dicembre 1977.Charlie Chaplin nella sua carriera non ha mai vinto un oscar come migliore attore o miglior regista. Per lui oltre al tardivo oscar alla carriera nel 1972, un oscar come migliore compositore musicale sempre nel 1972 per il film “Luci della ribalta” (pellicola realizzata ben vent’anni prima).

I suoi ultimi film (“Un re a New York”, 1957, e “La contessa di Hong Kong”, 1967), la sua “Autobiografia” (1964), le riedizioni sonorizzate delle sue vecchie opere e molti progetti rimasti incompiuti hanno confermato sino all’ultimo la vitalità di un artista che va annoverato fra i pochi grandi in assoluto del nostro secolo (il grande poeta russo V. Maiakovski gli ha addirittura dedicato una poesia).

 

 

VIDEO…

Tempi Moderni – Soundtrack (La catena di montaggio)” by Charlie Chaplin:

Tempi Moderni – Soundtrack (Eating Machine)” by Charlie Chaplin:

Tempi Moderni – Soundtrack (inizio)” by Charlie Chaplin:

Tempi Moderni – Film completo (1936)” by Charlie Chaplin:

 

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Written by mara

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