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Al Teatro Filarmonico di Verona Luci della Città di Charlie Chaplin

La cosa più triste che possa immaginare è l’assuefazione al lusso“, Charlie Chaplin

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Teatro Filarmonico di Verona, Stagione Concertistica 2018 – 2019

 

Appuntamento straordinario quello proposto al Teatro Filarmonico di Verona; l’ Orchestra dell’ Arena, diretta da Timothy Brock, eseguirà la meravigliosa colonna sonora con proiezione del film di un grande capolavoro di Charlie Chaplin:

 

Charlie Chaplin, Luci della città

 

QUANDO

Venerdì 8 Marzo 2019, ore 20.30

Sabato 9 Marzo 2019, ore 17.00

 

DOVE: Teatro Filarmonico di Verona
Via Roma, 4

37121 Verona (VR)

 

INTERPRETI:

Direttore, Timothy Brock

Orchestra della Fondazione Arena di Verona

 

QUALCHE INFORMAZIONE SUI BIGLIETTI DISPONIBILI:

Platea Intero al costo di € 24,00; Ridotto al costo di € 20,00; Ridotto Over 65 al costo di € 16,00; Ridotto Under 30 al costo di € 10,00

Platea Intero al costo di € 24,00; Ridotto al costo di € 20,00; Ridotto Over 65 al costo di € 16,00; Ridotto Under 30 al costo di € 10,00

 

Teatro Filarmonico, Verona: Luci della città

 

se non sapete come fare, e se volete, potete rivolgervi all’ Associazione Ma.Ni. per acquisto e ritiro dei biglietti scrivendo a mara.grisoni@gmail.com o telefonando al numero +39 327 – 79.68.987.

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PER CONOSCERE IL PROGRAMMA…

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Luci della città (City Lights) è un film muto del 1931 scritto, prodotto, diretto e interpretato da Charlie Chaplin.

Considerato dai critici e da molti registi una delle migliori pellicole mai prodotte, è tra i film più famosi di Chaplin, scelto per la preservazione nel 1991 dal National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti.

Nel 1998 l’American Film Institute l’ha inserito al settantaseiesimo posto della classifica dei migliori cento film statunitensi di tutti i tempi e dieci anni dopo, nella lista aggiornata, è salito all’undicesimo posto. Nel 2000 fu inserito al trentottesimo posto delle migliori cento commedie statunitensi, nel 2002 fu inserito al decimo posto dei migliori cento film sentimentali statunitensi, nel 2006 al trentatreesimo posto dei cento film più commoventi del cinema americano e nel 2008 al primo posto delle migliori dieci commedie romantiche statunitensi.

Quando nel 1929 Charlie Chaplin cominciò a pensare al suo nuovo film, il sonoro era diventato ormai pressoché irrinunciabile per qualsiasi regista dell’epoca. Sydney, fratello e manager del famoso tramp, non esitò a proporgli l’idea di una pellicola sonorizzata, ma Charlie era molto scettico rispetto alla nuova invenzione e tentò in tutti i modi di restare alla pantomima che lo aveva reso celebre. Fino al 1940 (con Il grande dittatore) presentò solo film muti.

Decise infatti di continuare con il muto e di realizzare City Lights, quello che diventerà il suo film più apprezzato dalla critica. Lo scopo finale era riflettere sulla vita e su ciò che veramente conta nella propria esistenza.

Tutto il 1928 lo passò a pensare al soggetto del film. All’inizio aveva pensato ad un clown diventato cieco che cerca di tenerlo nascosto alla sua bambina. Poi gli venne in mente la figura di una fioraia cieca e povera, aiutata a riacquistare la vista dal vagabondo fintosi milionario.

Cominciò a girare nel 1929 e incontrò subito difficoltà a trovare l’attrice per la parte della cieca. La leading-lady sarebbe stata Virginia Cherrill, graziosa ventiduenne bionda, che avrebbe impersonato una fioraia cieca. Chaplin raccontò di averla conosciuta a un incontro di boxe nel 1928 e di averla scritturata immediatamente per il suo imminente lavoro. Il rapporto non fu però idilliaco (non si piacevano a vicenda). Virginia non condivideva il fuoco che bruciava Chaplin, che la sottopose a vere e proprie riprese-tortura. La semplice scena del primo incontro (un minuto) fu girata e rigirata più volte e a più riprese, facendo un totale di cinque giorni di lavorazione.

Ero ormai vittima di un perfezionismo nevrotico… Un dettaglio mi disturba se non è giusto“.

Varie vicissitudini coinvolsero Charlie durante la realizzazione di Luci della città. Una tra le più importanti: la fioraia avrebbe dovuto scambiare il piccolo vagabondo per un milionario ma Chaplin non sapeva come ottenere tale risultato. Prima di trovare una soluzione rifece la scena svariate volte, provando i più svariati espedienti. Tale scena alla fine è divenuta la più ripetuta nella storia del cinema, per un totale di 342 ciak.

TRAMA

Un vagabondo, che dorme sulle ginocchia della Giustizia nella statua chiamata “Pace e Prosperità”, incontra una fioraia cieca che, sentendo sbattere la portiera di una grande macchina mentre lui le passa davanti sul marciapiede, lo crede milionario e gli chiede di comprare un fiore; lui rimane affascinato dalla ragazza, di cui non coglie subito la cecità, e le compra un fiore con l’unica moneta che ha.

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La stessa sera salva per caso un vero milionario che, ubriaco, vuole gettarsi nel fiume, e che per ringraziarlo lo porta dapprima a casa e poi in un locale a festeggiare. Nel tornare a casa di mattina presto incontra nuovamente la ragazza e decide di comprare tutti i suoi fiori con l’aiuto del milionario e di accompagnarla a casa con la macchina dell’amico. Al risveglio però, il milionario muta improvvisamente umore: la sua bonomia e amicizia da ubriaco si tramutano in freddezza e indifferenza da sobrio tanto da far cacciare via il vagabondo. Charlot torna a passeggiare per la città: incontra dapprima la fioraia e poi, nel pomeriggio, anche il milionario di nuovo ubriaco, dal quale però non spera di trovare più aiuto, dal momento che è in partenza per l’Europa. Deciso a trovare i soldi per curare la cecità della ragazza, che lo crede sempre milionario, trova lavoro come netturbino anche se ben presto lo perderà per essere arrivato in ritardo dopo essere andato a trovarla durante la pausa pranzo.

Un uomo lo vede e gli propone di guadagnare dei soldi combattendo un incontro di boxe truccato e spartendosi la vincita, ma all’ultimo scappa perché ricercato dalla polizia, lasciando nei guai il vagabondo costretto a combattere un incontro vero. Dopo aver perso il combattimento per k.o. sia pure valorosamente, si imbatte nuovamente nel milionario che, riconoscendolo perché brillo, lo porta a casa per festeggiare. Qui intanto sono penetrati due malviventi intenzionati a derubare il milionario, ma la solita tragicomica sequela di gag vedrà Charlot, accusato di furto, scappare con in mano i soldi che il ricco amico, poco prima di venire colpito dai due ladri, gli aveva dato per la fioraia. Arrivato dalla ragazza le consegna tutti i soldi che le consentiranno di saldare i debiti e di operarsi per riacquistare la vista. Il vagabondo la saluta con la consapevolezza che di lì a poco sarà arrestato per furto.

Qualche tempo dopo Charlot esce di prigione e cammina sconsolato per la città. La fioraia nel frattempo ha riacquistato la vista, ha aperto un bel negozio di fiori e vive nella speranza di reincontrare il suo benefattore. Vede passare Charlot davanti alla sua vetrina, schernito dagli strilloni della strada, ma non lo può riconoscere, anzi sorride di lui e ne ha pietà. Quando però lui si volta e la vede, la riconosce subito e rimane imbambolato a fissarla. Si guardano a lungo, poi la fioraia esce dal negozio per offrirgli un fiore in regalo insieme con una moneta di elemosina. Il vagabondo all’avvicinarsi di lei fa per fuggire ma resta lì e accetta il fiore. A questo punto lei lo avvicina e gli prende la mano per dargli anche la moneta e così, tenendogli la mano, lo riconosce: il milionario suo benefattore è lui.

CURIOSITA’

Il film fu proiettato per la prima volta il 30 gennaio 1931 a Los Angeles, presso il Los Angeles Theater. Albert Einstein andò alla prima del film negli Stati Uniti in compagnia dello stesso Chaplin. Quando gli spettatori li videro, si alzarono in piedi applaudendoli calorosamente. Allora pare che Chaplin abbia mormorato ad Einstein:

Vede, applaudono me perché mi capiscono tutti; applaudono lei perché non la capisce nessuno“.

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Nel film Chaplin sconosciuto viene dato ampio spazio alla lavorazione del film. In particolare, Chaplin è accusato di essere un nevrotico perfezionista anche dai suoi collaboratori, che però avevano per lui una grande ammirazione, anche in questo film a causa di queste sue manie gli aneddoti non mancano:

  • Il film rimase in lavorazione per ben tre anni e vennero utilizzati ben 100 000 metri di pellicola, tempi inconcepibili anche per i mezzi odierni.
  • Non mancarono i soliti dissidi e i licenziamenti, i più clamorosi dei quali furono sicuramente quello dell’attore scelto per la parte del milionario, Henry Clive, che rifiutatosi di buttarsi nell’acqua fredda per la scena del suicidio venne sostituito da Harry Myers; mentre l’altro riguardò la protagonista, Virginia Cherrill, che innervosì talmente Chaplin durante le riprese della scena finale che venne allontanata dal set, temporaneamente licenziata.
  • Compositore delle musiche di molti suoi film, Chaplin ebbe a ridire, come sempre, con gli arrangiatori perché insistevano nel dare un’impronta più comica alla musica mentre il regista insisteva a volere un “contrappunto di grazia e delicatezza, che esprimesse il sentimento, senza il quale l’opera d’arte è sempre incompleta” (Chaplin).

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Charlie Chaplin…

by Strauss-Peyton Studio, bromide print, circa 1920

by Strauss-Peyton Studio, bromide print, circa 1920

Charles Spencer Chaplin nasce il 16 aprile 1889, a Londra, nella tipica periferia suburbana. Il padre era guitto del musuc-hall detito al bere mentre la madre, mediocre cantante, in perenne difficoltà nel trovare lavoro, affida Charles e Sidney (fratello di quattro anni più vecchio) ad un orfanotrofio dove restano due anni.

Infanzia difficile dunque, la sua. A cui si aggiungono a spirale, in un rincorrersi tragico, altri problemi derivati da quella condizione di miseria umana e materiale. Non solo i genitori ad un certo punto si separeranno, ma la madre svilupperà anche una brutta malattia mentale della madre che la costringerà ad un penoso via vai di ricoveri ospedalieri e faticosi ritorni sulle scene. In mezzo a tutto questo, però, Chaplin coltiva forte il sentimento di una necessità di miglioramento, un’ambizione per una vita più dignitosa a cui si vanno ad aggiungere la sua innata intelligenza e la capacità di saper cogliere aspetti del reali oscuri agli altri.

Il talento del giovane Charles, d’altronde, fa presto a manifestarsi. A soli sette anni già affronta il palcoscenico come cantante mentre a quattordici ottiene le sue prime parti teatrali (la seconda è in uno Sherlock Holmes che lo vedrà a lungo in tournée). Non si può dire insomma che non abbia fatto la classica gavetta, che la sua conoscenza del mondo dello spettacolo non sia approfondita. Una scuola di vita che lo porta a diciannove anni ad essere accettato dalla celebre compagnia di pantomime di Fred Karno, con cui collabora per un paio di anni prima della grande tournè americana, l’occasione che gli farà scoprire un mondo diverso, più libero e ricco di possibilità.

Ed è proprio durante un giro di spettacoli ad Hollywood nel 1913, che il produttore Mack Sennett lo scopre, inducendolo poi a firmare il primo contratto cinematografico con la Keystone. Nel 1914 fa la sua prima apparizione sullo schermo (titolo: “Per guadagnarsi la vita”). Per le brevi comiche pensate per Sennett, Charlie Chaplin trasformò la macchietta che si era costuito nel tempo, “Chas” (una sorta di nullafacente dedito solo al corteggiamento), in quel campione di umanità che è il vagabondo “Charlot” (chiamato inizialmente “Charlie” ma poi ribattezzato Charlot nel 1915 da un distributore francese), confezionato da Chaplin nell’indimenticabile “divisa” fatta di baffetti neri, bombetta, giacchetta stretta e corta, pantaloni larghi e sformati e bastoncino di bambù-.

L’attività, come l’epoca vuole, è frenetica: 35 comiche realizzate per la Keystone nel solo 1914 (ben presto anche come regista), 14 per la Essanay nel 1915-16, 12 per la Mutual nel 1917. Un’immensa mole di lavoro che però contribuisce a lanciare definitivamente Charlot, ormai entrato nel cuore di milioni di persone in mezzo mondo. Nel 1918, infatti, Chapli si potrebbe anche considerare “arrivato”: è ricco, famoso e conteso. Una prova? In quell’anno firma un contratto da un milione di dollari con la First National per la quale realizza, sino al 1922, nove mediometraggi (fra cui classici assoluti come “Vita da cani”, “Charlot soldato”, “Il monello”, “Giorno di paga” e “Il pellegrino”).

Seguono i grandi film prodotti dalla United Artists (la casa fondata da Chaplin nel 1919 con Douglas Fairbanks sr., D. W. Griffith e Mary Pickford): “La donna di Parigi” (di cui è solo regista), “La febbre dell’oro” e “Il circo negli anni ’20”; “Le luci della città” e “Tempi moderni” negli anni ’30; “Il grande dittatore” (travolgente satira del nazismo e del fascismo) e “Monsieur Verdoux” negli anni ’40; “Luci della ribalta” nel 1952.

Personaggio pubblico, universalmente acclamato, Charlie Chaplin ha avuto anche un’intensa vita privata, sulla quale sono fiorite leggende di tutti i tipi, poco chiarite ancora oggi. Ad ogni buon conto, a testimonianza della voracità sentimentale del personaggio, stanno a testimonianza quattro matrimoni, qualcosa come dieci figli “ufficiali e numerose relazioni spesso burrascose e dai complessi scioglimenti.

Numerosi anche gli avvenimenti di carattere politico che hanno segnato la vita del grande comico (ammesso che questa parola non sia troppo riduttiva). La presunta origine ebraica e le simpatie per idee e movimenti di sinistra gli causarono numerose grane, fra cui quella di essere sottoposto al controllo dell’FBI sin dal 1922. Nel ’47, invece, viene addirittura trascinato di fronte alla Commissione per le attività antiamericane, sospettato in pratica di comunismo: un’accusa che gli costa l’annullamento nel ’52 (mentre Chaplin era in viaggio per Londra ), il permesso di rientro negli USA.

Nel 1953 i Chaplin si stabiliscono in Svizzera, presso Vevey, dove Charles si spegnerà il 25 dicembre 1977.Charlie Chaplin nella sua carriera non ha mai vinto un oscar come migliore attore o miglior regista. Per lui oltre al tardivo oscar alla carriera nel 1972, un oscar come migliore compositore musicale sempre nel 1972 per il film “Luci della ribalta” (pellicola realizzata ben vent’anni prima).

I suoi ultimi film (“Un re a New York”, 1957, e “La contessa di Hong Kong”, 1967), la sua “Autobiografia” (1964), le riedizioni sonorizzate delle sue vecchie opere e molti progetti rimasti incompiuti hanno confermato sino all’ultimo la vitalità di un artista che va annoverato fra i pochi grandi in assoluto del nostro secolo (il grande poeta russo V. Maiakovski gli ha addirittura dedicato una poesia).

 

Luci della città”:

Luci della città – Il vagabondo e la fioraia”:

Luci della città – Il fischietto”:

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Written by mara

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