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Al Teatro Regio 2020 Simon Boccanegra, a Torino dal 9 al 21 giugno

“… Jeri sera cominciarono i guai: vi fu la prima recita del Boccanegra che ha fatto fiasco quasi altrettanto grande che quello della Traviata. Credeva di aver fatto qualche cosa di passabile ma pare che mi sia sbagliato. Vedremo in seguito chi ha torto”

Al Teatro Regio 2020 Simon Boccanegra, a Torino dal 9 al 21 giugno

 

Simon Boccanegra di Giuseppe Verdi, su libretto di Francesco Maria Piave, è tratto, come quello del Trovatore, da un dramma di Gutiérrez,  Simón Bocanegra, mai pubblicato in italiano, nel quale si narra la storia di Simone Boccanegra, il corsaro genovese che nel Trecento riuscì a salire al seggio dogale grazie all’appoggio di un amico e che al termine di una vita funestata da tragici eventi – la morte della donna segretamente amata, appartenente a una famiglia patrizia e la scomparsa della figlia – morì avvelenato dallo stesso amico.

La prima ebbe luogo il 12 marzo 1857 al Teatro La Fenice di Venezia.

Opera della maturità verdiana, che segue la celebre “trilogia popolare”, fu in parte pregiudicata dal non felice libretto di Piave, ma le numerose pagine di grande forza drammatica che essa conteneva, spinsero Verdi, oltre vent’ anni dopo a rimaneggiare profondamente la partitura su un libretto revisionato da Arrigo Boito, il futuro librettista di Otello e Falstaff. La nuova e definitiva versione andò in scena il 24 marzo 1881 al Teatro alla Scala di Milano con notevole successo.

 

IL CAST

Simon Boccanegra

Commedia per musica in tre atti
Musica di Giuseppe Verdi
Libretto di Francesco Maria Piave e (seconda versione) Arrigo Boito  

Direttore d’ Orchestra, Pier Giorgio Morandi

Regia e scene, Sylvano Bussotti

Ripresa della Regia, Vittorio Borrelli

Maestro del Coro, Andrea Secchi

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Interpreti:

Simon Boccanegra, Baritono       Carlos Álvarez

Maria Boccanegra, Soprano       Rebeka Lokar

Jacopo Fiesco, Basso       Michele Pertusi

Gabriele Adorno, Tenore       Roberto Aronica

Paolo Albiani, Baritono       Roberto de Candia

Orchestra e Coro Teatro Regio Torino

Allestimento Teatro Regio 2020 Simon Boccanegra

Durata Opera: 3 ore circa

 

QUANDO

Martedì 9 Giugno 2020, ore 20.00

Giovedì 11 Giugno 2020, ore 20.00

Domenica 14 Giugno 2020, ore 15.00

Mercoledì 17 Giugno 2020, ore 20.00

Domenica 21 Giugno 2020, ore 15.00

 

DOVE: Teatro Regio di Torino
Piazza Castello, 215
10124 Torino (TO)

 

QUALCHE INFORMAZIONE SUI BIGLIETTI DISPONIBILI:

Martedì 9 Giugno 2020, ore 20.00

Settore A al costo di € 160,00
Settore B al costo di € 125,00
Settore C al costo di € 105,00
Settore D al costo di € 80,00
Ridotta visibilità al costo di € 55,00

Giovedì 11 Giugno 2020, ore 20.00; Domenica 14 Giugno 2020, ore 15.00; Mercoledì 17 Giugno 2020, ore 20.00; Domenica 21 Giugno 2020, ore 15.00

Settore A al costo di € 100,00
Settore B al costo di € 90,00
Settore C al costo di € 80,00
Settore D al costo di € 70,00
Ridotta visibilità al costo di € 30,00

L’ acquisto dei biglietti on line, telefonicamente con carta di credito e presso i punti vendita convenzionati Vivaticket comporta una commissione di € 3,20 per ogni biglietto (riduzioni per Over 65 e per Under 30).

 

Al Teatro Regio 2020 Simon Boccanegra, a Torino dal 9 al 21 giugno

 

se non sapete come fare, e se volete, potete rivolgervi anche all’ Associazione MaNi per informazioni su acquisto e ritiro dei biglietti. Potete scrivere a mara.grisoni@gmail.com o telefonare al numero +39 327 – 79.68.987.

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Teatro Regio 2020 Simon Boccanegra

 

Nel marzo 1856 Verdi si recò a Venezia per dirigere alla Fenice una fortunata ripresa della Traviata; in questa occasione si accordò con il teatro veneziano per la produzione di una nuova opera, Simon Boccanegra, tratta dall’ omonimo dramma dello spagnolo Antonio García Gutiérrez. La stesura del libretto e incontrò gli ostacoli della censura poiché nell’ opera si parlava di temi patriottici come l’unità nazionale. Verdi lavorò al Boccanegra tra viaggi a Parigi per curare riprese di altre opere, e soggiorni a Sant’ Agata. Stese personalmente un libretto in prosa affidandone la versificazione a Francesco Maria Piave (anche se alcuni passi furono segretamente riadattati dal poeta Giuseppe Montanelli).

Nonostante l’impegno di Verdi e dei due poeti e la presenza di un cast di prim’ ordine per la premiére, l’opera fece irrimediabilmente fiasco. La colpa di ciò risiede probabilmente nella tinta dell’opera, eccessivamente cupa e monotona, nell’ uso massiccio del canto declamato e nella trama oltremodo complicata (si racconta che un musicologo dell’epoca abbia raccontato di aver dovuto leggere i libretto almeno sei volte prima di venirne a capo).

La seconda versione

Dopo l’ Aida, Verdi si ritirò dalle scene e si chiuse in un lungo silenzio, che solo l’insistenza dell’editore Giulio Ricordi riuscì a spezzare. Nel 1879 iniziarono le trattative tra Verdi, Ricordi ed il e librettista Arrigo Boito per la composizione di Otello. Tuttavia Verdi non volle sentire ragioni, quindi Ricordi, per ammorbidire il compositore, gli propose di riprendere un’opera vecchia, stenderne una seconda versione e farsi aiutare da Boito per gli aggiustamenti al libretto. Inutile dire che Ricordi vinse facilmente le ritrosie di Verdi e che l’opera prescelta fu il Simon Boccanegra.

È difficile quantificare i tagli, i cambiamenti, gli inserimenti apportati da Verdi e da Boito nella seconda versione, ma su una cosa non v’è dubbio alcuno: la versione del 1881 del Boccanegra risulta essere un’opera totalmente diversa da quella della prima stesura. Resta sempre un’opera assai cupa, ma al suo interno contiene tinte molto diverse: dal dolcissimo Preludio del Prologo, alla disperazione di Simone per la morte dell’amata, la folla festante che lo acclama Doge di Genova, l’amore di Amelia e Gabriele, la nobiltà di Fiesco, il furore di Simone, l’anatema… Senza considerare l’estrema modernità di quest’opera, non tanto nel canto quanto nell’ orchestrazione. Si prenda, ad esempio, il Preludio al Prologo: la delicata sinuosità del fraseggio richiama il mare cristallino, ma anche quella che potrebbe essere una Sonata di Shostakovich. O ancora l’accompagnamento orchestrale nell’ aria Come in quest’ora bruna, decisamente all’ avanguardia. Questi sono solo due esempi, anche abbastanza scontati, ma in tutta l’opera sono rintracciabili passi di una modernità sconvolgente (cosa che rende anche chiaro il perché ai tempi di Verdi non piacque molto neanche la seconda versione).

In quest’opera Verdi gioca al meglio tutte le sue carte, sfoderando un’orchestrazione d’avanguardia ed una drammaturgia avvincente, ricca di colpi di scena, contrasti, giochi tra cantanti presenti sul palco e dietro ad esso che conferiscono al tutto una forte nota di realismo (come, per esempio, la folla che tumulta fuori dal Palazzo Ducale).

Un altro grande punto di forza dell’opera è la straordinaria capacità di Verdi di rendere gli animi dei personaggi con i colori orchestrali. Un esempio degno di nota è l’uso esclusivo dei componenti gravi dell’orchestra (clarinetto basso, fagotti, corni, tromboni, viole, violoncelli e contrabbassi) nella scena finale dell’Atto I, dove Doge e corte maledicono il rapitore di Amelia.

Molto convincente anche il libretto di questa seconda versione,da cui sono stati eliminati tutti i fronzoli e le complicazioni della prima versione – decisamente troppo intricata – snellendo l’azione e rendendola assai chiara.

 

Al Teatro Regio 2020 Simon Boccanegra

Simon-Boccanegra1857

«Il prode che da’ nostri mari cacciava l’ african pirata…»

  • Simon Boccanegra, corsaro al servizio della repubblica genovese (baritono)
  • María Boccanegra, sua figlia, sotto il nome di Amelia Grimaldi (soprano)
  • Jacopo Fiesco, nobile genovese, sotto il nome di Andrea (basso)
  • Gabriele Adorno, gentiluomo genovese (tenore)
  • Paolo Albiani, cortigiano favorito del doge (baritono)
  • Pietro, altro cortigiano (baritono)
  • Un capitano dei balestrieri (tenore)
  • Un’ancella di Amelia (mezzosoprano)
  • Soldati, marinai, popolo, senatori, corte del Doge, prigionieri africani

Una piazza di Genova – A destra il Palazzo dei Fieschi – È notte

È il 1339. Sta per essere eletto il nuovo Doge e in città fervono le lotte fra il partito plebeo, capeggiato dal popolano Paolo Albiani, e quello aristocratico legato al nobile Jacopo Fiesco.

Paolo confida al popolano Pietro di sostenere l’ascesa al trono dogale di Simone Boccanegra, un corsaro che ha reso grandi servigi alla repubblica genovese, e di attendersi in cambio potere e ricchezza. Giunge Simone, angosciato perché da molto tempo non ha più notizie di Maria, la donna amata che gli ha dato una figlia e che per questo è tenuta prigioniera nel palazzo gentilizio del padre Jacopo Fiesco. Paolo convince il riluttante Simone ad accettare la candidatura prospettandogli che, una volta eletto Doge, nessuno potrà più negargli le nozze con Maria. Pietro chiede al popolo di votare per Simone e avverte che dal palazzo dei Fieschi giungono dei lamenti di donna: forse è Maria, la fanciulla da tempo scomparsa (L’atra magion vedete?). Tutti si allontanano.

Jacopo Fiesco esce sconvolto dal palazzo: Maria è morta. Voci pietose intonano un Miserere (A te l’estremo addio). Sopraggiunge Simone e, ignaro di quanto è accaduto, supplica Fiesco di perdonarlo e concedergli Maria. Quando il patrizio gli pone come condizione la consegna della nipote, egli confessa che la bambina fu da lui affidata ad un’anziana nutrice in un paese lontano, ma poi la nutrice morì e la bambina scappò via di casa e quindi scomparve. Svanita ogni speranza di riappacificazione, Fiesco finge di allontanarsi ma di nascosto osserva Simone, che entra nel palazzo in cerca della prigioniera. Dall’interno dell’edificio giunge un grido disperato: «Maria!» e proprio in quel momento il popolo acclama Simon Boccanegra nuovo Doge.

Tra il Prologo e il primo atto trascorrono venticinque anni e accadono molti fatti: il Doge ha esiliato i capi degli aristocratici, confiscandone le proprietà, e Fiesco, per sfuggirgli, vive in esilio in un palazzo fuori Genova, sotto il nome di Andrea Grimaldi mentre Simone pensa che Fiesco sia morto. Anni prima, però, Fiesco e la famiglia Grimaldi, trovarono una bambina nel convento in cui era appena morta Amelia, la figlia dei Grimaldi, e decisero di adottarla e di darle il nome della figlia morta per evitare che il Doge di Genova confiscasse le ricchezze della famiglia; ma questa orfana, all’insaputa di tutti, altri non è che la vera figlia di Maria e Simone. Trascorsi venticinque anni, Amelia ama riamata un giovane patrizio, Gabriele Adorno, che essendo l’unico a sapere che Jacopo Fiesco e Andrea Grimaldi sono la stessa persona, congiura con lui contro il Doge plebeo.

Atto primo

Quadro primo

Giardino dei Grimaldi fuori Genova.

Amelia attende Gabriele in riva al mare, immersa nei confusi ricordi della sua fanciullezza (Come in quest’ora bruna), e quando il giovane la raggiunge lo supplica di non partecipare alla cospirazione contro Simone (Vieni a mirar la cerula).

Pietro annuncia l’arrivo del Doge e Amelia, temendo che egli venga a chiederla in sposa per il suo favorito, Paolo Albiani, supplica Gabriele di prevenirlo affrettando le nozze. Rimasto solo con Gabriele, Andrea Grimaldi (ossia Jacopo Fiesco) gli rivela che Amelia è in realtà un’orfanella a cui, lui e i Grimaldi, hanno dato il nome della vera figlia dei Grimaldi e essendo degno di lei lo benedice.

Squilli di trombe annunciano l’entrata del Doge, che porge ad Amelia un foglio: è la concessione della grazia ai Grimaldi. La fanciulla, commossa, gli apre il suo cuore confessandogli di amare un giovane aristocratico e di essere insidiata dal perfido Paolo, che aspira alle sue ricchezze. Infine gli rivela di essere orfana (Orfanella il tetto umile). Simone, sentendo la parola orfana, la incalza con le sue domande e confronta un suo medaglione con quello che la fanciulla porta al collo: entrambi recano l’immagine di Maria! Padre e figlia si abbracciano felici.

Al ritorno di Paolo, Simone gli ordina di rinunciare ad Amelia e il perfido uomo, per vendicarsi, organizza per la notte successiva il rapimento di Amelia.

Quadro secondo

Sala del Consiglio nel Palazzo degli Abati.

Il Senato si è riunito e il Doge chiede il parere dei suoi consiglieri: egli desidera la pace con Venezia ma Paolo e i suoi chiedono la guerra. Dalla piazza giungono i clamori di un tumulto e, affacciandosi al balcone, Simone scorge Gabriele Adorno inseguito dai plebei. Pietro, temendo che il rapimento di Amelia sia stato scoperto, incita Paolo a fuggire, ma il Doge lo precede ordinando che tutte le porte siano chiuse: chiunque fuggirà sarà dichiarato traditore. Poi, incurante delle grida di «Morte al Doge!», fa entrare il popolo. La folla irrompe trascinando Fiesco e Gabriele, che confessa di aver ucciso l’usuraio Lorenzino, l’uomo che ha rapito Amelia per ordine di un «uom possente» del quale non ha fatto in tempo a svelare il nome; poi, ritenendolo responsabile del rapimento, si slancia su Simone per colpirlo. Sopraggiunge Amelia, si pone fra i due e supplica il padre di salvare Adorno, raccontando di essere stata rapita da tre sgherri, di essere svenuta e di essersi ritrovata nella casa di Lorenzino. Poi, «fissando Paolo», dice di poter riconoscere il vile mandante del rapimento. Scoppia un tumulto, patrizi e plebei si accusano a vicenda, Simone rivolge all’Assemblea e al popolo un accorato discorso, invocando pace e amore per tutti (Plebe! Patrizi! Popolo…). Gabriele gli consegna la spada ma il Doge la rifiuta e lo invita a rimanere agli arresti a palazzo finché l’intrigo non sia svelato. Si rivolge quindi a Paolo, di cui ha intuito la colpevolezza, e lo invita a maledire pubblicamente il traditore infame che si nasconde nella sala. Paolo, inorridito, è in tal modo costretto a maledire se stesso.

Atto secondo

Stanza del Doge nel Palazzo Ducale di Genova.

Paolo, bandito da Genova, chiede a Pietro di condurre da lui i due prigionieri, Gabriele e Fiesco, e versa una fiala di veleno nella tazza di Simone. Non contento, egli chiede a Fiesco, l’organizzatore confesso della rivolta, di assassinare il Doge nel sonno e, davanti al suo sdegnato rifiuto, lo fa riportare in cella e insinua in Gabriele il sospetto che Amelia si trovi in balia delle turpi attenzioni di Simone (Sento avvampar nell’anima). Quando giunge Amelia, il giovane l’accusa di tradimento con il Doge, di cui uno squillo di tromba annuncia l’arrivo. Gabriele si nasconde, Amelia in lacrime confessa al padre di amare l’Adorno e lo supplica di salvarlo. Simone, combattuto fra i doveri della sua carica e il sentimento paterno, la congeda. Beve quindi un sorso dalla tazza, notando che l’acqua ha un sapore amaro, e si assopisce. Gabriele esce dal suo nascondiglio e si slancia contro di lui per colpirlo, ma ancora una volta Amelia glielo impedisce. È il momento della rivelazione: il Doge si risveglia, ha un violento scontro verbale con Gabriele, che l’accusa di avergli ucciso il padre, e infine gli svela che Amelia è sua figlia.

Il giovane implora Amelia di perdonarlo e offre al Doge la sua vita (Perdon, perdono Amelia). Di fuori giungono rumori di tumulti e voci concitate: i cospiratori stanno assalendo il Palazzo. In segno di riconciliazione il Doge incarica Gabriele di comunicare loro le sue proposte di pace e gli concede la mano di Amelia.

Atto terzo

Interno del Palazzo Ducale.

La rivolta è fallita, il Doge ha concesso la libertà ai capi ribelli, solo Paolo è stato condannato a morte. Mentre si reca al patibolo, egli rivela a Fiesco di aver fatto bere a Simone un veleno che lo sta lentamente uccidendo e ascolta con orrore le voci che inneggiano alle future nozze di Amelia e Gabriele.

Giunge il Boccanegra, che sta cercando refrigerio al malessere che già lo pervade respirando sul balcone l’aria del mare. All’improvviso gli si avvicina Fiesco (nei panni di Andrea Grimaldi) che gli annuncia che la sua morte è vicina (Delle faci festanti al barlume). Da quella voce inesorabile, dopo averlo osservato bene in volto, Simone riconosce con stupore l’antico nemico, ch’egli credeva morto, e con un gesto magnanimo decide di rivelargli che Amelia è sua nipote. La commozione invade l’anima del vecchio patrizio, che troppo tardi comprende l’inutilità del suo odio. Un abbraccio pone fine alla lunga guerra.

Quando il corteo degli sposi torna dalla chiesa, Simone invita la figlia a riconoscere in Fiesco il nonno materno, benedice la giovane coppia (Gran Dio li benedici) e muore dopo aver proclamato Gabriele nuovo Doge di Genova.

Alcuni giorni dopo l’andata in scena della seconda versione, scrivendo all’ amico Opprandino Arrivabene, Verdi osservò che Simon Boccanegra è opera «triste perché dev’essere triste, ma interessa». Nel porre l’accento sulla caratteristica più evidente di quest’opera, la sua tinta scura e malinconica, questo lapidario giudizio solleva un interrogativo di fondo: quali ragioni hanno spinto Verdi a tornare su questa partitura a distanza di decenni, in un momento delicatissimo della sua carriera, per di più interrompendo la composizione di Otello? Le motivazioni sono molteplici e di diversa natura: se da un lato l’operazione si giustifica come una sorta di prova generale volta a saggiare, dopo tanti anni di silenzio, le reazioni del pubblico di fronte alla sua nuova musica, nell’attesa di proporre un’opera originale; dall’altro le parole del musicista lasciano intendere che quest’opera, nonostante l’insuccesso, era rimasta nel suo cuore. Si racconta che Verdi abbia in seguito confidato al nipote Carrara di aver voluto bene al Simon Boccanegra«come si vuol bene al figlio gobbo.»

Simon Boccanegra è una di quelle partiture verdiane – come Macbeth e Don Carlos – che, al di là del loro valore artistico, difficilmente avrebbero potuto aver accesso alla popolarità nel corso dell’Ottocento, in quanto il suo soggetto non ruota intorno ad una grande storia d’amore o ad un infiammato dramma di popoli in lotta per la libertà.

Incentrato su un tema ricorrente nel teatro verdiano – la crisi di un sistema di potere e di affetti familiari – Simon Boccanegra finisce infatti per capovolgere i convenzionali rapporti di forza tra i personaggi: non solo il protagonista è il baritono, ma il suo vero antagonista non è il tenore (l’innamorato giovane e romantico) bensì il basso, mentre la donna contesa non è l’amante, bensì la figlia dell’uno (Simone) e la nipote dell’altro (Fiesco). Il cuore dell’opera è rappresentato da un intreccio fatale di odii atavici e fraintendimenti, in una cronica impossibilità di intendersi e comunicare. Le passioni torbide e irrisolte che animano quest’opera buia, complessa e tormentata, sono destinate a sciogliersi solo dopo che l’inesorabile trascorrere del tempo ne ha levigato l’asprezza, ovvero con l’approssimarsi della morte. Tra il prologo e i tre atti trascorrono ben venticinque anni, ed è suggestivo raffrontare questo scarto temporale con il lasso di tempo – ventiquattro anni: dal 1857 al 1881 – che separò nella realtà la nascita delle due versioni: si direbbe che lo stesso Verdi, per trovare il vero senso di questo dramma, abbia avuto bisogno di riconsiderarlo con uno sguardo retrospettivo, quello stesso sguardo che domina l’atto conclusivo dell’opera e lo rende così umanamente struggente.

Se dal punto di vista drammaturgico la modifica più importante introdotta dalla versione 1881 riguarda il quadro che chiude il primo atto, composto ex novo e destinato a diventare la scena più intensa e spettacolare dell’opera, sul piano poetico appaiono non meno determinanti i cambiamenti alla prima parte del prologo e, in particolare, l’aggiunta di quel breve ma straordinario preludio il cui motivo principale – «una cellula drammatico–narrativa a vite perpetua», come la definisce Massimo Mila – sembra far scaturire il dramma dalle brume della memoria, dando piena evidenza musicale all’idea fondamentale del trascorrere del tempo.

Il colore complessivamente severo deriva sia dal largo impiego di uno stile vocale tra il declamato e l’arioso (quanto a dire dall’assenza di motivi orecchiabili: a nessuna delle arie è toccato in sorte di entrare a pieno titolo nel repertorio concertistico), sia dal predominio delle voci gravi e virili (Simone, Fiesco, ma anche i congiurati Paolo e Pietro, e lo stesso coro, per lo più maschile), cui si contrappone una sola voce femminile: quella luminosa e calda del soprano lirico che interpreta il ruolo di Amelia, la giovane donna tenera e gentile, coinvolta suo malgrado nel dramma esistenziale e politico degli uomini che l’amano e ne fanno oggetto delle loro contese.

Il protagonista, un plebeo dall’animo nobile provato in gioventù da un atroce dolore, canta nel registro vocale più caro a Verdi, quello di baritono. Il suo nemico, l’inesorabile patrizio Jacopo Fieschi – una figura di padre-padrone ricorrente spesso nel teatro verdiano, da Zaccaria (Nabucco) a Rigoletto, da Giorgio Germont (La traviata) ad Amonasro (Aida), da Filippo II (Don Carlos) al Marchese di Calatrava (La forza del destino) – in quello di basso.

Più sullo sfondo si staglia la coppia degli innamorati, costituita da Amelia e Gabriele Adorno, il giovane patrizio dall’animo ardente ma leale (tenore). La loro limpida storia d’amore ha la funzione di creare un contrasto con le torbide, inespresse passioni, incancrenite dal tempo, che tormentano gli animi dei due antagonisti, segnalando in tal modo la distanza generazionale che sussiste fra i due mondi. Quest’opera cupa e triste si conclude infatti con un lutto compensato dalla promessa di un tempo migliore e con un messaggio di pace e d’amore: simile ad un passaggio di testimone, la morte di Simone coincide con la promessa di nozze degli innamorati e con l’elezione a Doge di Gabriele, cosicché il momento della riconciliazione nasce catarticamente da quello della sofferenza.

Illuminante per comprendere il senso del lungo travaglio e dell’inutile odio che distrugge la vita di Simone e di Fiesco è il peso che Paolo Albiani, il congiurato (un altro baritono) viene ad assumere per effetto della revisione 1881, soprattutto sotto la spinta di Boito, fatalmente attratto verso personaggi mefistofelici. Non è un caso che proprio la condanna a morte di Paolo, il simbolo stesso del male, e la sua definitiva uscita di scena preceda immediatamente il grande duetto della riconciliazione.

Musicalmente la partitura risente inevitabilmente degli anni che trascorrono tra la prima e la seconda versione e delle esperienze umane ed artistiche del suo autore. Le parti nuove sono facilmente riconoscibili e presentano una finezza di scrittura ed una brillantezza ritmica e timbrica lontane dallo stile disadorno e un po’ monocorde dell’opera del 1857. La tinta ombrosa che caratterizza la prima versione permane anche nella seconda, ma attraversata da lampi sinistri che, nella terribile scena della maledizione che chiude il primo atto, arrivano a coagularsi in effetti espressionisti.

Opera avara di grandi arie, Simon Boccanegra si fa invece apprezzare per una straordinaria aderenza della musica al dramma, già riscontrabile nella versione originale ma notevolmente accresciuta dalla revisione, che elimina i brani più convenzionali e trasforma alcuni recitativi in moderni declamati melodici. Unica pecca dell’opera – è stato detto – è la presenza di un secondo atto che, per ragioni di struttura narrativa, Verdi non ha potuto rielaborare se non in minima parte e che, nella sua brevità, schiacciato com’è tra la grandiosità della scena finale del primo atto e la commovente tragicità del terzo, ha quasi l’aspetto di una parentesi e di un ritorno al Verdi più convenzionale. Ma anche qui, la qualità della musica e la sintesi drammatica sono tali da giustificare la piena riabilitazione che la critica ha ormai accordato a questa partitura intensa e sottile, che, tra le altre cose, ha il merito di offrirci uno dei ritratti più autentici dell’uomo Verdi: pessimista, scuro ma – come la sua opera – sempre umano e profondo.

 

“Simon Boccanegra” by Giuseppe Verdi (Simon Boccanegra – Tito Gobbi; Amelia Grimaldi – Leyla Gencer; Jacopo Fiesco – Giorgio Tozzi; Gabriele Adorno – Giuseppe Zampieri; Paolo Albiani – Rolando Panerai; Pietro – Vito Susca; Un capitano dei balestrieri – Glade Peterson – Conductor Gianandrea Gavazzeni, Wiener Philharmoniker, Chorus – Wiener Staatsoper, 1961):

“Simon Boccanegra” by Giuseppe Verdi (Direttore: Nino Sanzogno – Simon Boccanegra: Piero Cappuccilli – Amelia Grimaldi (Maria Boccanegra): Katia Ricciarelli – Gabriele Adorno: Carlo Cossutta – Jacopo Fiesco: Bonaldo Giaiotti – Paolo Albiani: Carlo Meliciani – Pietro: Giovanni Foiani – Capitano: Aronne Ceroni – Ancella: Adalina Grigolato – Arena di Verona, live 3.8.1973):

“Simon Boccanegra” by Giuseppe Verdi (Piero Cappuccilli.(Simon Boccanegra), Mirella Freni (Maria Boccanegra), Nicolai Ghiaurov (Jacopo Fiesco), José Carreras (Gabriele Adorno), José van Dam (Paolo Albiani), Giovanni Foiani (Pietro), Antonio Savastano (Capitano), Maria Fausta Gallamini (Un’ancella di Amelia) – Orchestra e Coro del Teatro alla Scala, Claudio Abbado (Conductor)):

“Simon Boccanegra” by Giuseppe Verdi (SIMON BOCCANEGRA: Leo Nucci, JACOPO FIESCO: Carlo Colombara, MARIA BOCCANEGRA: Davinia Rodriguez, GABRIELE ADORNO: Fabio Sartori, PAOLO ALBANI: Alexey Bogdanchikov, PIETRO: Simon Lim, UN’ANCELLA: Federica Vitali, Orchestra Regionale dell’Emilia Romagna, Francesco Ivan Ciampa, regia: Riccardo Canessa, Modena, March 2014):

“Simon Boccanegra” by Giuseppe Verdi (Direttore d’Orchestra: Daniel Oren, Regia: Riccardo Canessa, Simon Boccanegra: Leo Nucci , Maria Boccanegra: Isabel Rey, Jacopo Fiesco: Carlo Colombara, Gabriele Adorno: Fabio Sartori, Paolo Albiani: Dimitri Platanias, Pietro/popolano: Carlo Striuli, Orchestra Orchestra Filarmonica Salernitana Giuseppe Verdi, Coro del Teatro dell’Opera di Salerno, 2013):

“Simon Boccanegra” by Giuseppe Verdi (Simon Boccanegra, Renato Bruson – Maria/Amelia, Mariana Nicolesco – Fiesco, Roberto Scandiuzzi – Gabriele, Giuseppe Sabbatini – Paolo, Giovanni de Angelis – Pietro, Stefano Rinaldi-Miliani, Un Capitano, Saburo Nagaswa – Nikikai Chorus Group – Sho Fukumori, chorusmaster – Tokyo Symphony Orchestra – Roberto Paternostro, conductor):


“Simon Boccanegra” by Giuseppe Verdi (La famosa, ineguagliabile esecuzione del Simon Boccanegra diretto da Claudio Abbado nel 1978 alla Scala, in occasione del centenario del teatro. Cantano Piero Cappuccilli, Veriano Luchetti, Mirella Freni , Nicolai Ghiaurov. PRIMA PARTE):

“Simon Boccanegra” by Giuseppe Verdi (Simon Boccanegra: Piero Cappuccilli, Fiesco: Nicolai Ghiaurov, Amelia: Mirella Freni, Gabrielle Adorno: Veriano Lucheti, Director: Claudio Abbado – 1978):

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Al Teatro Regio 2020 Simon Boccanegra, a Torino dal 9 al 21 giugno

 

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Written by mara

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