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Ferrara Musica: Charlie Chaplin, LA FEBBRE DELL’ ORO

Il film è uno dei più belli che il cinema ci abbia mai dati, è un’opera di poesia ed è quindi compiuta in sé, perfetta. Nata muta, muta deve restare“, Michelangelo Antonioni, La febbre dell’oro, “L’Italia libera”, 6 agosto 1944

la-febbre-dell_oroLa febbre dell’oro, scena del film

Io vi sfido a trovare, non solo nella storia del cinema, ma in tutte le sofisticate sottigliezze della letteratura contemporanea, qualcosa che uguaglia, in potenza e bellezza, in una parola in classica semplicità, il canto d’amore che Charlot intona nella sua capanna solitaria quando, credendo ricambiato il suo affetto per Georgia, salta e danza spargendo intorno a sé, come fiori di campo, i fiocchi di lana del suo cuscino“, Mario Alicata, Charlot, o dell’arte popolare, in AA. VV., Charlie Chaplin, Cosmopolita, Roma 1944

 

Ferrara Musica, Stagione 2016 – 2017

 

Appuntamento straordinario quello proposto da Ferrara Musica: verrà eseguita la meravigliosa colonna sonora con proiezione del film: 


Charlie Chaplin, La febbre dell’ oro

 

QUANDO:

Mercoledì 15 Febbraio 2017, ore 20.30

 

DOVE: TEATRO COMUNALE
Corso Martiri della Libertà, 5

44121 Ferrara (FE)

 

INTERPRETI:

Timothy Brock, Direttore

Orchestra Cherubini

 

QUALCHE INFORMAZIONE SUI BIGLIETTI:

Platea al costo di 40,00 € intero; Senior 34,00 €; Giovani 30 anni 20,00 €; Giovanissimi 20 anni 9,00 €

Palco centrale – 1a fila al costo di 37,00 € intero; Senior 31,00 €; Giovani 30 anni 18,50 €; Giovanissimi 20 anni 9,00 €

Palco centrale – 2a fila al costo di 34,00 € intero; Senior 29,00 €; Giovani 30 anni 17,00 €; Giovanissimi 20 anni 9,00 €

Palco laterale – 1a fila al costo di 33,00 € intero; Senior 28,00 €; Giovani 30 anni 16,50 €; Giovanissimi 20 anni 9,00 €

Palco laterale – 2a fila al costo di 31,00 € intero; Senior 26,00 €; Giovani 30 anni 15,50 €; Giovanissimi 20 anni 9,00 €

Galleria e IV ordine – 1a fila al costo di 26,00 € intero; Senior 22,00 €; Giovani 30 anni 13,00 €; Giovanissimi 20 anni 9,00 €

Galleria e IV ordine – 2a fila al costo di 24,00 € intero; Senior 20,00 €; Giovani 30 anni 12,00 €; Giovanissimi 20 anni 9,00 €

Loggione – 1a fila al costo di 16,00 € intero; Senior 13,00 €; Giovani 30 anni 13,00 €; Giovanissimi 20 anni 9,00 €

Loggione – 2a fila al costo di 13,00 €; Giovanissimi 20 anni 9,00 €

 

Ferrara Musica: Charlie Chaplin, LA FEBBRE DELL’ ORO

 

se non sapete come fare e se volete, potete rivolgervi all’ Associazione Ma.Ni. per acquisto e ritiro dei biglietti. Potete scrivere a mara.grisoni@gmail.com o telefonare al numero +39 327 – 79.68.987.

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IL PROGRAMMA…

La febbre dell’oro (The Gold Rush) è un film muto diretto, interpretato e prodotto da Charlie Chaplin; fu proiettato la prima volta il 26 giugno 1925. Il film fu la prima delle sue pellicole mute che Chaplin rivisitò per adeguarla al nuovo pubblico del sonoro aggiungendovi, per la riedizione del 1942, una traccia orchestrale e sostituendo gli intertitoli con un commento sonoro con la propria voce, tagliando le didascalie ed il finale della versione precedente.

E’ il film per il quale Chaplin avrebbe voluto essere ricordato. Fu ispirato da un fatto di cronaca e da un libro su una spedizione fallimentare in cui alcuni scalatori furono costretti, per vincere la fame ad atti di cannibalismo e a nutrirsi dei propri mocassini: così da un passo serio di cronaca Chaplin riesce a ridere e farci ridere della fame.

Il film è anche una grande riflessione sulla solitudine e una satira sull’ avidità della società. Una pellicola che può annoverare almeno quattro scene che fanno parte della storia del cinema: la visione di Big Jim che vede in Charlot una gigantesca gallina; il pranzo con i mocassini; la capanna che dondola pericolosamente su un burrone;  la danza dei panini. La grandezza narrativa di Chaplin ha saputo qui, meglio che in altre pellicole, fondere la gag con la narrazione, donando al discorso filmico una consequenzialità impareggiabile.

“Di rado si è riusciti a superare, in una qualsiasi forma d’arte, la profondità drammatica della sequenza della cena di San Silvestro. È lì che Chaplin esegue, con insuperabile grazia e abilità, la famosa danza dei panini. La scena è ancor più commovente per il fatto che egli la immagina soltanto, sognando di rappresentare la danza per degli ospiti che non verranno mai. Questa sequenza della cena è uno dei momenti più alti che si siano raggiunti nell’arte cinematografica, e sta alla pari con altre celebri scene (così diverse ma pur così vive nel ricordo), come il ritorno e la cavalcata della tribù in La nascita di una nazione; la scena più intima di Giglio infranto; la straordinaria fuga di Douglas Fairbanks in Il segno di Zorro; il sogno del facchino in L’ultima risata; il viaggio verso il fronte in La grande parata; la sequenza della scrematrice in La linea generale; il balletto delle monete in A me la libertà!; la scena nella fossa del proiettile di cannone in Niente di nuovo sul fronte occidentale; la scena del “Titanic” in Cavalcata; la fucilazione di Frankie in Il traditore; l’attacco degli indiani in Ombre rosse; ecc.
Nella tensione quasi parossistica della scena della capanna per metà sospesa nel vuoto, si nota una certa influenza di Harold Lloyd, il quale aveva iniziato nelle comiche, con Preferisco l’ascensore e con altri film sui grattacieli, la moda delle sequenze emozionanti. Questa scena del film di Chaplin è il primo esempio che troviamo nella sua opera di simili effetti, ma il tocco inconfondibile del nostro regista ha reso molto personale quella scena anche se imitata. Il finale lieto, che in un certo senso contrasta con l’atmosfera del resto del film, potrebbe essere stato ispirato dalla chiusa di L’ultima risata di Murnau, che esercitava allora la sua influenza su tutta la produzione cinematografica del mondo.
Alcuni critici dissero, a quel tempo, che La febbre dell’oro era qua e là troppo lento e troppo serio in confronto all’umorismo vivace dei film precedenti. È strano, tuttavia, che con il passare degli anni, ogni nuovo film di Chaplin sia apparso più serio e meno divertente di quelli che erano venuti prima, fino al giorno in cui fu proiettato di nuovo. Quando La febbre dell’oro fu ripreso, nel 1942, con musiche di Chaplin e con un commento che egli stesso incise, ottenne un altro grande successo e conquistò una nuova generazione di entusiasti, dimostrando così di essere un capolavoro senza età. Quasi nulla è stato tagliato a questa ultima edizione, tranne le didascalie. Nel suo commento Chaplin si riferiva al personaggio chiamandolo “l’ometto”. Gli effetti musicali contribuirono molto a mettere in risalto il valore e la bellezza del film. Il pranzo a base di scarpe bollite viene consumato al suono di una tipica musichetta da ristorante e la danza dei panini è eseguita al ritmo di un ballabile in perfetta sincronia”
Theodore Huff, Charlie Chaplin, Fratelli Bocca Editori, Milano 1955

La gallina, interpretata dallo stesso regista, pur nella sua natura fanciullesca è una perfetta rappresentazione di quanto grande sia l’appetito di Big Jim e quando orribile sia la fame, puntualizzata nell’ estrema decisione di nutrirsi di una delle scarpe del vagabondo. La gag nasce dalla natura surreale dell’atteggiamento di Charlot e nella sua ostinazione nel mantenere una certa dignità: cucina la calzatura con fare da vero chef e la spilucca come se stesse spinando un’orata o un ossicino di pollo.

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CURIOSITÀ

Chaplin generalmente si sforzava di tenere distinto il lavoro dalla sua vita privata, ma durante questa produzione tutto si mescolò tristemente. Alle selezioni per la nuova prima attrice che avrebbe sostituito Edna Purviance, oramai avviata sul viale del tramonto, si presentò anche la sedicenne Lillita MacMurray già interprete dodicenne dell’angelo ne Il monello. Fu scritturata col nome d’arte di Lita Grey e in breve intrecciò una relazione col protagonista. A sei mesi dall’inizio della lavorazione del film, Lita rimase incinta di Chaplin il quale, per evitare lo scandalo, si trovò costretto a sposarla, cacciandosi in una relazione che, nonostante i due figli, Charles Jr. e Sidney, gli riservò molti dispiaceri per molti anni.

La prima ripercussione tecnica fu la forzata ricerca di una nuova interprete che fu individuata in Georgia Hale, ventenne reginetta di bellezza. Questo imprevisto e le tribolazioni domestiche costarono a Chaplin quasi diciotto mesi di improduttività. Dopodiché ricostruì la scena iniziale del valico del passo alpino presso una località montana della Sierra Nevada ingaggiando circa 600 tra vagabondi e derelitti quali comparse. Negli studi di Hollywood i suoi collaboratori riprodussero magnificamente un ambiente montano in miniatura impiegando quantità enormi di legname, sale, gesso e farina col risultato di farne involontariamente un’attrattiva turistica visibile a chilometri di distanza dagli assolati studios californiani.

“Ho visto anch’io La febbre dell’oro e condivido l’ammirazione del Gerbi [Antonello Gerbi, giornalista e critico cinematografico ndc], che è quella dei migliori scrittori stranieri. Debbo però esporre un dubbio in proposito: Charlot pare a me un artista difficile, il fondo ebraico della sua arte e della sua tristezza indubitabile, la natura del suo humour a doppia e tripla faccia poco accessibile al “pubblico”. Intende adunque il “pubblico” quello che per i teorici di Charlot ne costituisce la specifica arte? (Arte cinematografica, non d’attore). O si vede in lui, dai più, soltanto un clown da circo, proiettato sullo schermo? Non sembri una domanda vana. Il tempo deciderà; e dirà se lo scroscio di risa che accompagna oggi il corpo di Charlie Chaplin sporgente sull’abisso sia lo stesso che sollevano le cadute di Ridolini; o se abbia in sé alcunché di più doloroso e consapevole, come pensano taluni, come penso io stesso talvolta.”
Eugenio Montale, Espresso sul cinema, “Solaria”, n. 3, marzo 1927

L’ IDEA DEL SOGGETTO

Ospite in casa degli amici Douglas Fairbanks e Mary Pickford, Chaplin ebbe modo di assistere alla proiezione di alcune diapositive rimanendo colpito da una in particolare, ritraente un gruppo di cercatori che, nel 1898, all’epoca della corsa all’oro del Klondike (tra il Canada occidentale e l’Alaska), in una lunga fila cercava di scalare la montagna del Chilkoot Pass, porta d’accesso ai giacimenti. Inoltre si entusiasmò alla lettura di un libro sulle vicissitudini di un gruppo di emigranti diretti in California che nel 1845 rimase bloccato tra i ghiacci della Sierra Nevada e che per sopravvivere, in attesa dei soccorsi, si ridusse a cibarsi dei cani, dei finimenti di cuoio del vestiario nonché dei cadaveri dei compagni deceduti.

L’immaginazione di Chaplin si accese della scintilla del genio e fece di questa materia il soggetto per il suo nuovo film, a due soli mesi dalla prima proiezione del precedente La donna di Parigi. Convinto di quanto labile potesse essere il confine tra tragedia e comicità, collocò il personaggio del vagabondo nel rude universo dei cercatori, facendogli condividere tutti i rischi del freddo, dell’inedia, della solitudine, compresi gli agguati di orsi.

TRAMA

Il vagabondo, ingenuo e tenero cercatore solitario, sfida le avversità del rigido freddo del nord e incontra il rude mondo dei cercatori d’oro, animato dalla febbre di rivalsa che lo accomuna nell’impresa agli avventurieri, ai derelitti, ai fuggiaschi, alle donne che popolano questo universo selvaggio. Il vagabondo combatte contro il vento per la sua salvezza, che lo spinge a cercare riparo nella capanna solitaria dove anche Black Larson, in fuga dalla legge, si è stabilito. Questi lo accoglie male e vorrebbe ricacciarlo, se non fosse per l’intervento di soccorso di Big Jim (in italiano Giacomone): mentre un’enorme pepita d’oro gli stava rivelando la posizione di un giacimento e non riuscendo a stabilirne la proprietà, viene anch’egli travolto dal vento e sballottato fin dentro la baracca. Una lotta tra i due energumeni sancisce la supremazia di Giacomone sui compagni.

La fame, gli stenti, il vento che non accenna a placarsi convincono i tre a tentare un’uscita forzata in cerca di viveri. Tocca in sorte a Black Larson di avventurarsi tra i ghiacci per dirigersi verso il villaggio minerario. Egli però si imbatte negli uomini della legge sulle sue tracce, li elimina e si impossessa dei loro viveri.

Intanto, nella baracca, si banchetta con una scarpa dell’omino, ma poco dopo i morsi terribili della fame travolgono la ragione di Giacomone che crede che il suo compagno si sia trasformato in pollo. Il vagabondo è terrorizzato dalla prospettiva di finire in padella, ma la visita inaspettata di un orso e la sua cattura interrompono il digiuno e la convivenza forzata, dato che ora ognuno riguadagnerà la propria strada in cerca di fortuna.

Giacomone scopre che Larson ha trovato il suo giacimento e sta cercando di impossessarsene. Ne nasce una lotta: Larson precipita in un burrone per il distacco di uno spuntone di montagna, mentre Giacomone perde la memoria. Intanto il vagabondo giunge al villaggio minerario dove c’è un tabarin, luogo di ritrovo locale dove si balla, si beve e si canta. Qui conosce e si invaghisce di Georgia, una delle soubrette. Disavventure e disillusioni amorose con Georgia, che si beffa di lui per ingelosire il prepotente Jack, affliggono intanto il vagabondo. Dopo qualche giro di valzer con Georgia, il vagabondo finisce per capitombolare a terra trascinato da un cane. Alla fine del ballo Giorgia gli dà un fiore, per far ingelosire Jack che guarda. Quando Jack tenta di inseguirla l’omino si frappone, iniziando una lite: Jack, che è molto più alto e robusto di lui, gli chiude la vista infilandogli il berretto sugli occhi, allora l’omino lancia un colpo alla cieca che prende un pilastro di legno; nel frattempo dal ballatoio del piano di sopra si stacca un orologio che colpisce in testa Jack, che cade svenuto. Quando l’omino si risistema e vede l’avversario in terra pensa che sia stato per causa sua, e, sorpreso dalle proprie capacità insospettate, se ne va orgoglioso dal locale.

Nel villaggio il vagabondo si finge svenuto per ricevere assistenza nella capanna dell’ingegnere minerario Curtis, ben dotata di cibo. Quando Curtis parte con un socio per una lunga spedizione l’omino viene incaricato di badare alla capanna in sua assenza. Un giorno Giorgia e le sue amiche stanno giocando nella neve quando si ritrovano attorno alla capanna di Curtis. Qui incontra di nuovo il vagabondo, che al colmo di gioia le invita a accomodarsi. Sotto il cuscino del suo letto essa trova conservato il suo fiore e una foto strappata che lei aveva gettato durante una lite con Jack. Allora con le sue amiche decidono di gabbarsi di lui, vezzeggiandolo in modo civettuolo. Un fiammifero caduto sulla scarpa di tela dell’omino genera un piccolo incendio che rompe l’idillio del gioco, e, risolto l’incidente, le ragazze se ne vanno con la promessa di tornare a cena per l’ultimo dell’anno, ridendo tra di loro. L’omino però è al colmo di gioia e si mette a fare le capriole nella stanza della casetta, festeggiando tra una cascata di piume da un cuscino rotto. Giorgia però si è dimenticata i guanti e tornando lo vede euforico e poi imbarazzato, rimanendo colpita dagli effetti del suo scherzo.

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Intanto l’omino nei giorni seguenti si guadagna qualche soldo spalando la neve, buttandola davanti alle case vicine per poi farsi pagare anche dai vicini, fino a quando non accumula la neve per sbaglio davanti alla prigione.

La notte di capodanno c’è una grande festa al Tabarin. In casa sua però l’omino attende le ospiti preparando una cena e una tavola imbandita a meraviglia. Naturalmente non viene nessuno e lui si addormenta sognando l’arrivo delle ragazze, per le quali fa la famosissima danza con le forchette e i panini. Si sveglia molto più tardi, quando la festa al locale ancora prosegue. Mentre lui si avvicina a spiare gli altri dalla finestra, Giorgia si ricorda improvvisamente di lui e con le amiche e Jack decide di andare a trovarlo per ridere un po’ alle sue spalle. Mandano avanti Giorgia, con l’intenzione di arrivare poi tutti insieme e spaventarlo. Ma quando Giorgia entra e vede la tavola imbandita viene presa dal rimorso, acuito dalla volgarità di Jack che cerca di baciarla controvoglia.

Anche Giacomone è giunto al villaggio. Pur in stato di amnesia si ricorda del vagabondo e del fatto che era stato con lui nella baracca. Lo coinvolge allora nella ricerca del rifugio che li aveva ospitati in precedenza, dove si trova il suo giacimento d’oro. Resta appena il tempo di salutare Giorgia, che non c’è ma che nel frattempo gli aveva lasciato scritto un biglietto di scuse.

La coppia si mette allora in marcia verso la vecchia capanna, dove arrivano in nottata. Preparandosi con un mappa per trovare la miniera il giorno successivo vanno a letto, ma nella notte una bufera di neve sposta la loro capanna, portandola in bilico sull’orlo di un precipizio. All’alba il vagabondo si sveglia, inconsapevole di quello che è successo la notte e camminando avanti e indietro la baracca inizia a inclinarsi: prima sembra un nonnulla, anche per gli effetti del liquore bevuto la notte prima, poi sempre più forte finché non si sveglia anche Giacomone, che attribuisce il rumore del pavimento ai borbottii della pancia vuota. Si accorgono dell’accaduto quando è ormai troppo tardi e restano attaccati in bilico solo grazie a una corda miracolosamente agganciata ad alcune rocce. Riusciranno a scappare appena in tempo prima che tutto precipiti nel burrone.

La sorte però si mostra finalmente benigna con i due cercatori rivelando loro proprio la miniera agognata.

Il vagabondo e Giacomone, ormai diventati milionari, si imbarcano sul piroscafo che li riporterà in patria. Qui la stampa li intervista e fotografa, chiedendo al vagabondo di posare nei suoi abiti da cercatore per far apparire la storia più vera sui giornali. Giorgia nel frattempo è pure sul piroscafo, senza sapere la presenza dei milionari, e sente parlare da un ufficiale di un clandestino. Quando il vagabondo inciampa e precipita coi suoi vecchi abiti vicino a lei, essa lo protegge dai marinai credendolo il clandestino e si offre di pagare il suo biglietto: ma lui non è più un vagabondo, è ormai un milionario, ed invita Giorgia a cena, avvisando i giornalisti e facendo presagire un lieto

RICONOSCIMENTI

  • 1943 – Premio Oscar
    • Nomination Miglior sonoro a James L. Fields
    • Nomination Miglior colonna sonora a Max Terr

Nel 1992 è stato scelto per la conservazione nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti. Nel 1998 l’ American Film Institute l’ha inserito al settantaquattresimo posto della classifica dei migliori cento film statunitensi di tutti i tempi, mentre dieci anni dopo, nella lista aggiornata, è salito al cinquantottesimo posto; nel 2000 sempre l’American Film Institute lo ha inserito al venticinquesimo posto nella lista delle migliori cento commedie americane.

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Charlie Chaplin…

by Strauss-Peyton Studio, bromide print, circa 1920
by Strauss-Peyton Studio, bromide print, circa 1920

Charles Spencer Chaplin nasce il 16 aprile 1889, a Londra, nella tipica periferia suburbana. Il padre era guitto del musuc-hall detito al bere mentre la madre, mediocre cantante, in perenne difficoltà nel trovare lavoro, affida Charles e Sidney (fratello di quattro anni più vecchio) ad un orfanotrofio dove restano due anni.

Infanzia difficile dunque, la sua. A cui si aggiungono a spirale, in un rincorrersi tragico, altri problemi derivati da quella condizione di miseria umana e materiale. Non solo i genitori ad un certo punto si separeranno, ma la madre svilupperà anche una brutta malattia mentale della madre che la costringerà ad un penoso via vai di ricoveri ospedalieri e faticosi ritorni sulle scene. In mezzo a tutto questo, però, Chaplin coltiva forte il sentimento di una necessità di miglioramento, un’ambizione per una vita più dignitosa a cui si vanno ad aggiungere la sua innata intelligenza e la capacità di saper cogliere aspetti del reali oscuri agli altri.

Il talento del giovane Charles, d’altronde, fa presto a manifestarsi. A soli sette anni già affronta il palcoscenico come cantante mentre a quattordici ottiene le sue prime parti teatrali (la seconda è in uno Sherlock Holmes che lo vedrà a lungo in tournée). Non si può dire insomma che non abbia fatto la classica gavetta, che la sua conoscenza del mondo dello spettacolo non sia approfondita. Una scuola di vita che lo porta a diciannove anni ad essere accettato dalla celebre compagnia di pantomime di Fred Karno, con cui collabora per un paio di anni prima della grande tournè americana, l’occasione che gli farà scoprire un mondo diverso, più libero e ricco di possibilità.

Ed è proprio durante un giro di spettacoli ad Hollywood nel 1913, che il produttore Mack Sennett lo scopre, inducendolo poi a firmare il primo contratto cinematografico con la Keystone. Nel 1914 fa la sua prima apparizione sullo schermo (titolo: “Per guadagnarsi la vita”). Per le brevi comiche pensate per Sennett, Charlie Chaplin trasformò la macchietta che si era costuito nel tempo, “Chas” (una sorta di nullafacente dedito solo al corteggiamento), in quel campione di umanità che è il vagabondo “Charlot” (chiamato inizialmente “Charlie” ma poi ribattezzato Charlot nel 1915 da un distributore francese), confezionato da Chaplin nell’indimenticabile “divisa” fatta di baffetti neri, bombetta, giacchetta stretta e corta, pantaloni larghi e sformati e bastoncino di bambù-.

L’attività, come l’epoca vuole, è frenetica: 35 comiche realizzate per la Keystone nel solo 1914 (ben presto anche come regista), 14 per la Essanay nel 1915-16, 12 per la Mutual nel 1917. Un’immensa mole di lavoro che però contribuisce a lanciare definitivamente Charlot, ormai entrato nel cuore di milioni di persone in mezzo mondo. Nel 1918, infatti, Chapli si potrebbe anche considerare “arrivato”: è ricco, famoso e conteso. Una prova? In quell’anno firma un contratto da un milione di dollari con la First National per la quale realizza, sino al 1922, nove mediometraggi (fra cui classici assoluti come “Vita da cani”, “Charlot soldato”, “Il monello”, “Giorno di paga” e “Il pellegrino”).

Seguono i grandi film prodotti dalla United Artists (la casa fondata da Chaplin nel 1919 con Douglas Fairbanks sr., D. W. Griffith e Mary Pickford): “La donna di Parigi” (di cui è solo regista), “La febbre dell’oro” e “Il circo negli anni ’20”; “Le luci della città” e “Tempi moderni” negli anni ’30; “Il grande dittatore” (travolgente satira del nazismo e del fascismo) e “Monsieur Verdoux” negli anni ’40; “Luci della ribalta” nel 1952.

Personaggio pubblico, universalmente acclamato, Charlie Chaplin ha avuto anche un’intensa vita privata, sulla quale sono fiorite leggende di tutti i tipi, poco chiarite ancora oggi. Ad ogni buon conto, a testimonianza della voracità sentimentale del personaggio, stanno a testimonianza quattro matrimoni, qualcosa come dieci figli “ufficiali e numerose relazioni spesso burrascose e dai complessi scioglimenti.

Numerosi anche gli avvenimenti di carattere politico che hanno segnato la vita del grande comico (ammesso che questa parola non sia troppo riduttiva). La presunta origine ebraica e le simpatie per idee e movimenti di sinistra gli causarono numerose grane, fra cui quella di essere sottoposto al controllo dell’FBI sin dal 1922. Nel ’47, invece, viene addirittura trascinato di fronte alla Commissione per le attività antiamericane, sospettato in pratica di comunismo: un’accusa che gli costa l’annullamento nel ’52 (mentre Chaplin era in viaggio per Londra ), il permesso di rientro negli USA.

Nel 1953 i Chaplin si stabiliscono in Svizzera, presso Vevey, dove Charles si spegnerà il 25 dicembre 1977.Charlie Chaplin nella sua carriera non ha mai vinto un oscar come migliore attore o miglior regista. Per lui oltre al tardivo oscar alla carriera nel 1972, un oscar come migliore compositore musicale sempre nel 1972 per il film “Luci della ribalta” (pellicola realizzata ben vent’anni prima).

I suoi ultimi film (“Un re a New York”, 1957, e “La contessa di Hong Kong”, 1967), la sua “Autobiografia” (1964), le riedizioni sonorizzate delle sue vecchie opere e molti progetti rimasti incompiuti hanno confermato sino all’ultimo la vitalità di un artista che va annoverato fra i pochi grandi in assoluto del nostro secolo (il grande poeta russo V. Maiakovski gli ha addirittura dedicato una poesia).

 

 

VIDEO…

LA FEBBRE DELL’ORO – Soundtrack” by Charlie Chaplin:

LA FEBBRE DELL’ORO – Film 1925″ by Charlie Chaplin:

LA FEBBRE DELL’ORO – fame” by Charlie Chaplin:

LA FEBBRE DELL’ORO – scena del pranzo con la scarpa bollita” by Charlie Chaplin:

LA FEBBRE DELL’ORO – Danza al quadrato danza dei panini” by Charlie Chaplin:

LA FEBBRE DELL’ORO – Il ballo” by Charlie Chaplin:

 

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Written by mara

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