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Teatro San Carlo Napoli NORMA di Vincenzo Bellini febbraio 2020

“Nessuno può dire di sapere cosa sia la musica se non lascia l’ ultimo atto di Norma con il cuore sopraffatto dall’ emozione”, Alfred Einstein

Norma è un’opera in due atti di Vincenzo Bellini su libretto di Felice Romani, tratto dalla tragedia Norma, ou L’ Infanticide di Louis-Alexandre Soumet (1786-1845), che a sua volta, per l’ambientazione, i riti, il profilo dei personaggi si ispira all’ episodio di Eudoro e Velleda del romanzo Les Martyrs di Francois-René de Chateaubriand.

Composta in meno di tre mesi, dall’inizio di settembre alla fine di novembre del 1831, in gran parte nella Villa Passalacqua di Moltrasio, fu data in prima assoluta al Teatro alla Scala di Milano il 26 dicembre dello stesso anno, inaugurando la stagione di Carnevale e Quaresima 1832.

Quella sera l’opera, destinata a diventare la più popolare tra le dieci composte da Bellini, andò incontro a un fiasco clamoroso, dovuto sia a circostanze legate all’esecuzione (l’indisposizione della primadonna, il soprano Giuditta Pasta, nonché la tensione psicologica degli altri membri del cast), sia alla presenza di una claque avversa a Bellini e alla Pasta. Non di meno l’inconsueta severità della drammaturgia e l’assenza del momento più sontuoso, il concertato che tradizionalmente chiudeva il primo dei due atti, spiazzò il pubblico milanese. Nelle successive recite il responso del pubblico si fece via via più caloroso, tanto da permettere a “Norma” di raggiungere la considerevole cifra di 34 rappresentazioni.

Il soggetto è ambientato nelle Gallie al tempo dell’antica Roma, e presenta espliciti legami con il mito di Medea.

 

IL CAST

Norma

di Felice Romani
Musica di Vincenzo Bellini
 

Direttore, Francesco Ivan Ciampa

Regia, Lorenzo Amato

Scene, Ezio Frigerio

Costumi, Franca Squarciapino

… … …

Interpreti:

Norma      Maria Josè Siri Angela Meade

Adalgisa      Annalisa Stroppa Sonia Ganassi

Pollione      Fabio Sartori Mikheil Sheshaberidze

Oroveso      Fabrizio Beggi / Ildo Song

Clotilde      Fulvia Mastrobuono

Flavio      Antonello Ceron

Orchestra e Coro del Teatro di San Carlo

 Produzione del Teatro di San Carlo

Spettacolo in Italiano con sovratitoli in Italiano e in Inglese

Durata: 3 ore circa con intervallo

 

QUANDO

Mercoledì 12 Febbraio 2020, ore 20.00 – Turno A

Venerdì 14 Febbraio 2020, ore 20.00 – Fuori Abbonamento

Sabato 15 Febbraio 2020, ore 19.00 – Fuori Abbonamento

Domenica 16 Febbraio 2020, ore 17.00 – Turno F

Martedì 18 Febbraio 2020, ore 20.00 – Turno C/D

Giovedì 20 Febbraio 2020, ore 18.00 – Turno B

 

DOVE: Fondazione Teatro di San Carlo
98/F, via San Carlo

80131 Napoli (NA)

 

QUALCHE INFORMAZIONE SUI BIGLIETTI DISPONIBILI:

Mercoledì 12 Febbraio 2020, ore 20.00 – Turno A; Sabato 15 Febbraio 2020, ore 19.00 – Fuori Abbonamento; Domenica 16 Febbraio 2020, ore 17.00 – Turno F

POLTRONISSIMA ORO al costo di € 153,66
POLTRONISSIMA al costo di € 133,18
POLTRONA ORO al costo di € 133,18
POLTRONA al costo di € 112,69
PALCHI CENT. I/II ORD. PARAPETTO al costo di € 102,44
PALCHI CENT. I/II ORD. DIETRO al costo di € 92,20
PALCHI LAT. I/II ORD. PARAPETTO al costo di € 102,44
PALCHI LAT. I/II ORD. DIETRO al costo di € 81,96
PALCHI CENT. III/IV ORD. PARAPETTO al costo di € 71,71
PALCHI CENT. III/IV ORD. DIETRO al costo di € 66,59
PALCHI LAT. III/IV ORD. PARAPETTO al costo di € 61,47
PALCHI LAT. III/IV ORD. DIETRO al costo di € 51,22
POSTI ASCOLTO al costo di € 20,49
BALCONATA V e VI al costo di € 40,98

Venerdì 14 Febbraio 2020, ore 20.00 – Fuori Abbonamento; Martedì 18 Febbraio 2020, ore 20.00 – Turno C/D; Giovedì 20 Febbraio 2020, ore 18.00 – Turno B

POLTRONISSIMA ORO al costo di € 133,18
POLTRONISSIMA al costo di € 112,69
POLTRONA ORO al costo di € 112,69
POLTRONA al costo di € 102,44
PALCHI CENT. I/II ORD. PARAPETTO al costo di € 92,20
PALCHI CENT. I/II ORD. DIETRO al costo di € 81,96
PALCHI LAT. I/II ORD. PARAPETTO al costo di € 92,20
PALCHI LAT. I/II ORD. DIETRO al costo di € 71,71
PALCHI CENT. III/IV ORD. PARAPETTO al costo di € 61,47
PALCHI CENT. III/IV ORD. DIETRO al costo di € 51,22
PALCHI LAT. III/IV ORD. PARAPETTO al costo di € 51,22
PALCHI LAT. III/IV ORD. DIETRO al costo di € 40,98
POSTI ASCOLTO al costo di € 20,49
BALCONATA V e VI al costo di € 35,86

 

Teatro San Carlo Napoli NORMA di Vincenzo Bellini febbraio 2020

 

oppure se non sapete come fare, e se volete, potete rivolgervi anche all’ Associazione MaNi per informazioni su acquisto e consegna dei biglietti. Potete scrivere a mara.grisoni@gmail.com o telefonare al numero +39 327 – 79.68.987.

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ANALISI DELL’ OPERA

 

Sin dai primi mesi del 1831 Bellini sapeva che avrebbe composto l’opera destinata ad aprire, il 26 dicembre, la stagione del Teatro alla Scala di Milano. Si rivolse, come al solito, a Felice Romani e si mise al lavoro, di concerto col librettista, per individuare un soggetto passibile di essere messo in musica nelle forme melodrammatiche dell’ epoca e adatto alla compagnia di canto scritturata. Quest’ultima aveva i suoi punti di forza nella prima donna, Giuditta Pasta, nel tenore Domenico Donzelli e in un altro soprano, Giulia Grisi; la compagnia era completata da un basso, Vincenzo Negrini, tutt’ altro che eccelso. I “libretti” delle opere italiane scritti da Felice Romani si distinguono per eleganza e sobrietà letteraria e il libretto di Norma è certamente uno dei migliori che il Romani abbia scritto. Egli seppe infondere un senso di nobiltà e grandezza alla tragedia di Norma e ha ben espresso le passioni (di donna innamorata, di amante tradita, di madre, di figlia) che travagliano l’animo appassionato della protagonista, capace per amore di arrivare fino al sacrificio supremo di morire volontariamente assieme all’ uomo amato.

Sulla scelta del soggetto influì soprattutto la preminenza scenica e musicale della Pasta, cantante dalla stupefacente versatilità, che al canto di agilità univa una perfetta dizione, un fraseggio espressivo e un’arte scenica da grande attrice. La Pasta eccelleva nei grandi ruoli tragici: librettista e compositore si misero perciò alla ricerca di un soggetto drammatico che permettesse di sfruttare appieno le doti vocali e la recitazione ieratica, ricca di pathos e di grandezza, della cantante.

La scelta cadde su un lavoro teatrale recentissimo. Bellini si innamorò di questo testo, che ricordava le tragedie classiche (e la “Medea” in particolare, con l’episodio della progettata, anche se non realizzata, uccisione dei figli), e consentiva al grande musicista di evadere verso un mondo lontano nel tempo (la Gallia dei Romani) nel quale si praticano misteriosi riti in onore del dio venerato (in uno di questi riti, Norma rivolgendosi alla luna, chiamandola “Casta diva”, innalza la celeberrima invocazione o preghiera “Casta diva che inargenti / queste sacre antiche piante …). Affascinato da questo “mondo”, Bellini rivestì i versi di una musica sublime.

Nell’ aprile del 1831 una tragedia di Alexandre Soumet, Norma ou L’ infanticide, era andata in scena con grande successo al Théâtre Royal de l’ Odéon di Parigi. Il drammaturgo francese aveva incentrato il proprio lavoro su tre nuclei tematici. Vi era anzitutto il motivo della sacerdotessa che infrange per amore i suoi voti; il tema – universalmente noto almeno a partire dalla Vestale di Spontini – era in voga nel primo Ottocento e possedeva un’ indubbia efficacia teatrale, in quanto permetteva d’ ambientare un conflitto interiore e privato sullo sfondo di scene di massa monumentali. Dall’ antica tradizione classica discendeva poi il tema dell’ infanticidio come vendetta per il tradimento amoroso, che risaliva quantomeno alla Medea di Euripide. Vi era infine il motivo celtico-barbarico, con gli antichi riti nella sacra foresta druidica, che tanta presa aveva nell’ immaginario romantico; si trattava del tema, messo in voga da Chateaubriand nei primi anni dell’ Ottocento (Les Martyrs, che narrano degli amori tra una sacerdotessa druidica e un condottiero romano, erano stati una delle fonti dirette di Soumet), che già da tempo era stato preannunciato nei canti ossianici di Macpherson.

Il dramma di Soumet, dunque, non faceva che attualizzare in chiave romantica temi ben radicati in una tradizione classica, che risaliva all’ antica tragedia greca. Romani, che lavorò a stretto contatto con Bellini, non si limitò a rielaborare l’intreccio del dramma francese: attinse anche ad altre fonti, in particolare a due suoi precedenti libretti, quello per la Medea in Corinto scritto per Mayr nel 1813 e quello per La sacerdotessa d’ Irminsul preparato per Pacini (Trieste 1817). Eliminò, inoltre, ogni elemento fantastico dal dramma di Soumet; introdusse nuovi momenti rituali; accentuò il ruolo di Adalgisa, da un lato per dare importanza maggiore alla parte della Grisi, dall’ altro perché il personaggio era necessario, nell’ economia del nuovo dramma, al potenziamento dei conflitti interpersonali. Ma il mutamento più appariscente intervenne nella conclusione dell’intreccio: nel quinto atto della tragedia di Soumet, Norma compie l’infanticidio e si getta, impazzita per il rimorso, dall’ alto di una rupe; nel libretto di Romani il personaggio è più umano. Il finale è tutto incentrato sul motivo dell’eterna unione degli amanti nella morte, cui si unisce quello della generosità d’animo di Norma, che accusa pubblicamente se stessa anziché Adalgisa e affronta così il sacrificio supremo. Decisiva, da parte di Bellini e di Romani, dovette essere anche l’intenzione di non concludere l’opera con un’aria di pazzia per la Pasta: l’anno precedente la stessa cantante aveva concluso in quel modo l’Anna Bolena di Donizetti, data al Teatro Carcano di Milano, e il ricordo era ancora troppo vivo nella mente degli spettatori.

Norma andò in scena il 26 dicembre del 1831 alla “Scala” di Milano, inaugurandone la stagione. Ma, la sera della “prima”, l’opera venne accolta freddamente dal pubblico. In realtà, a parte le possibili rivalità tra compositori (frequenti a quel tempo), il pubblico non riuscì subito a comprendere (come è successo per altri capolavori) la grandezza di quella musica, così originale, nuova, essenziale, intrisa di altissimo “pathos”. Ma nelle sere successive l’accoglienza divenne sempre più calda, fino a trasformarsi in un grande trionfo, tanto che l’opera ebbe ben 40 repliche. Da allora non ha mai abbandonato le scene di tutti i teatri del mondo.

Nella musica di Norma si trovano espressi tutti i caratteri salienti dello stile belliniano. L’orchestrazione semplice e scarna (anche se in alcuni pezzi, come ad es. nel finale, anche per l’intervento del coro, raggiunge una grande “robustezza”), una linea melodica di straordinaria bellezza ed eleganza formale, capace di adattarsi e di esprimere i più diversi stati d’animo.

La musica di Norma è traboccante di altissimo “pathos”, ricca di misteriose risonanze, e spesso, specialmente nell’ ultimo atto, raggiunge vertiginose altezze. Per comprenderla, bisogna essere capaci di coglierne la sua arcana bellezza. L’opera ricorda le tragedie greche ed il suo celeberrimo “finale” (… Padre, tu piangi …) costituisce un altissimo esempio di “catarsi” attraverso la musica, cioè di una musica che, dopo il crescente accendersi delle passioni, sfocia in uno slancio liberatorio e quindi si risolve in una serenità purificatrice. Le stesse considerazioni valgono per la lunghissima aria “Casta diva …”.

L’ultima parte dell’opera (che, assieme a “Casta diva …” può essere considerata una delle più alte creazioni musicali della storia) canta il grande sacrificio d’amore di Norma, la quale volontariamente decide di morire sul rogo assieme al suo amante. Ma, a differenza di altre opere con simile finale (si pensi ad “Aida”, nella quale Aida volontariamente va a morire assieme al suo amato, rinchiudendosi con esso nella tomba), “Norma” non si conclude con il canto d’amore di Norma e del suo amato Pollione, ma il finale si sviluppa in tre stadi. Il primo è quello, appunto, del canto d’amore dei due amanti che decidono di morire insieme. Ma improvvisamente, i due amanti si ricordano dei loro pargoletti, ed ecco il secondo stadio, nel quale Norma si getta ai piedi del Padre ed implora pietà per i suoi figli, esprimendo tutto il suo sentire di madre. Segue il terzo ed ultimo stadio, nel quale Norma e Pollione, accortisi che il padre, piangendo, acconsente a salvare i loro figlioletti, si avviano verso il rogo accompagnati da una musica sublime che esprime l’amore dei due amanti, l’amore materno e il dolore disperato del genitore (Oroveso), e l’opera finisce lasciando nell’ ascoltatore un senso di “catarsi” quale non si ha con nessun altro brano musicale (o letterario).

CURIOSITA’

Si narra che Ildebrando Pizzetti abbia confessato che, trovandosi ad ascoltare alla radio, in presenza di altri, l’ultimo atto di Norma (che pure, quale musicista, aveva ascoltato numerose volte), spense bruscamente la radio per non essere sopraffatto dall’ emozione fino alle lacrime.

Ancora Ildebrando Pizzetti, chiamato ad esprimersi su “Casta diva”, la definì

uno dei più alti miracoli estetici a cui ci sia dato di assistere

Nel periodo precedente la prima rappresentazione di “Norma” alla Scala (26 dic. 1831), la grande soprano Giuditta Pasta disse a Bellini che trovava “Casta diva” impossibile a cantarsi. Ma Bellini, consapevole delle difficoltà di quel brano ma anche della sua immensa bellezza, pregò la Pasta di provare ancora per sette giorni, dopo di che se la soprano avesse continuato a considerare il brano “impossibile” lui lo avrebbe modificato. Alla fine del settimo giorno, Bellini ricevette dalla Pasta un regalo, un mazzo di fiori ed un biglietto nel quale la grande soprano si scusava per non avere, a causa della propria inadeguatezza, apprezzato subito quella “sublime melodia” (che poi cantò con crescente successo).

Un’altra grande soprano, a noi più vicina, Lilli Lehmann, scrisse

Quest’opera (Norma), che porta in sé tanto amore, non può essere considerata con distacco. Essa deve essere cantata e diretta con fanatica consacrazione e resa dal coro e dall’ orchestra con artistica riverenza. Deve essere diretta con la dovuta autorevolezza e ad ogni sua nota deve essere dato il tributo musicale che le è dovuto

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“Casta Diva, che inargenti
Queste sacre antiche piante,
A noi volgi il bel sembiante,
Senza nube e senza vel”
(Norma, Atto I)

 

  • Pollione, proconsole di Roma nelle Gallie – tenore
  • Oroveso, capo dei druidi – basso
  • Norma, sacerdotessa, figlia di Oroveso – soprano
  • Adalgisa, giovane ministra del tempio di Irminsul – soprano
  • Clotilde, confidente di Norma – soprano
  • Flavio, amico di Pollione – tenore
  • Due fanciulli, figli di Norma e Pollione – recitanti
  • Druidi, Bardi, Eubagi, sacerdotesse, guerrieri e soldati galli

 

L’azione si svolge nelle Gallie, all’ epoca della dominazione romana. Nell’antefatto la sacerdotessa Norma, figlia del capo dei Druidi Oroveso, è stata l’amante segreta del proconsole Pollione, dal quale ha avuto due figli, custoditi dalla fedele Clotilde all’insaputa di tutti.

ATTO PRIMO

Nella foresta sacra dei druidi, dove una processione di Galli si reca all’ altare d’ Irminsul; qui il gran sacerdote Oroveso annuncia l’arrivo di Norma, la sacerdotessa sua figlia, che compirà il sacro rito in omaggio alla divinità lunare. I Galli intonano un coro col quale esprimono la volontà di liberarsi dal giogo degli oppressori romani. Allontanatisi i Galli, giunge il proconsole romano Pollione, che da lungo tempo è segretamente legato a Norma, dalla quale ha avuto due figli; all’ amico Flavio confida d’amare ora Adalgisa, giovane sacerdotessa d’ Irminsul, e di temere per questo l’ira e la vendetta di Norma (“Meco all’ altar di Venere”). Annunciata da un coro giunge Norma, che rimprovera ai Galli l’impazienza di sollevarsi contro i Romani: l’ora della rivolta non le è ancora stata comunicata dagli dèi. Intona una preghiera alla luna (“Casta diva, che inargenti”), al termine della quale congeda l’assemblea dei Galli, che si allontanano invocando il giorno della vendetta. Nella sacra foresta rimane solo Adalgisa, che viene subito raggiunta da Pollione: questi la invita ad abbandonare le sue divinità e a seguirlo a Roma (“Va, crudele, al Dio spietato”); la fanciulla dapprima è incerta, ma poi promette all’ amato che l’indomani fuggirà con lui. Nell’ abitazione di Norma, la sacerdotessa confida a Clotilde d’aver appreso che Pollione è richiamato in patria: teme che il proconsole abbia intenzione d’abbandonare lei e i figli. Giunge intanto Adalgisa e confida a Norma il suo amore, colpevole d’infrangere i voti sacerdotali; senza rivelarle l’identità dell’amato, la fanciulla le narra il primo incontro (“Sola, furtiva, al tempio”). Norma è commossa, poiché il racconto le rammenta i primi tempi dell’amore di Pollione; libera Adalgisa dai suoi voti e la congeda, invitandola a vivere liberamente con l’amato. Giunge Pollione, inaspettato. Norma comprende che è lui l’amante di Adalgisa: in preda al furore mette in guardia la fanciulla dall’ infedeltà del romano (“Oh, non tremare, o perfido”). Adalgisa, sconvolta dalla rivelazione del legame tra Norma e Pollione, rimprovera a quest’ultimo di averla ingannata e rifiuta di seguirlo. Il coro dei druidi, intanto, richiama Norma alla celebrazione dei sacri riti; Pollione si allontana, furente, e Adalgisa annuncia a Norma che intende rinunciare al proprio amore.

ATTO SECONDO

Norma è decisa a vendicarsi uccidendo i figli avuti da Pollione; ma quando entra, nottetempo, nella stanza in cui dormono i fanciulli brandendo un pugnale, il coraggio le manca. Manda a chiamare Adalgisa e le affida i figli (“Deh, con te, con te li prendi”), pregandola di condurli all’ accampamento romano: lei ha deciso di morire. Adalgisa tenta di dissuaderla, promettendo d’intercedere in suo favore presso il proconsole romano, al quale ella ha definitivamente rinunciato; commossa, Norma l’abbraccia e le assicura la sua eterna amicizia. Nella sacra foresta, intanto, Oroveso annuncia ai guerrieri galli la prossima partenza di Pollione, che verrà sostituito da un proconsole ancor più temibile; ma dal momento che Norma non ha ancora dato il segnale della rivolta, invita tutti a dissimulare il proprio animo e ad attendere con pazienza l’ora dell’insurrezione (“Ah, del Tebro al giogo indegno”). Norma coltiva la speranza che Pollione tornerà a lei: ma Clotilde la dissuade, rivelandole che il proconsole è tuttora deciso a rapire Adalgisa e a condurla con sé. Sconvolta e bramosa di vendetta, Norma percuote il sacro scudo d’ Irminsul e chiama a raccolta i guerrieri galli, annunciando loro che è giunta l’ora di ribellarsi a Roma. Gli astanti inneggiano alla rivolta (“Guerra, guerra!”); Oroveso chiede a Norma il nome della vittima designata al sacrificio propiziatorio richiesto dagli dèi. Proprio in quel momento è annunciata la cattura di un romano, sorpreso nel sacro recinto delle vergini; è condotto in scena Pollione. Norma vorrebbe dapprima uccidere il proconsole sacrilego; ma poi, mossa a pietà, allontana tutti col pretesto d’interrogare il prigioniero, per scoprire l’identità della sacerdotessa sua complice. Rimasta sola con Pollione, Norma gli impone di abbandonare subito Adalgisa in cambio della vita (“In mia man alfin tu sei”); il proconsole dapprima rifiuta, ma poi, di fronte alla minaccia di uccidere i due figli e mandare al rogo Adalgisa, accetta le condizioni impostegli dalla sacerdotessa. Questa fa rientrare nel tempio i guerrieri e i sacerdoti galli e annuncia loro d’aver scoperto il nome della colpevole: tra lo stupore e la costernazione generale accusa se stessa del fallo, e ordina che venga eretto il rogo sul quale andrà a morte. Prega Oroveso di prendersi cura dei figli (“Deh, non volerli vittime”) e si avvia verso il rogo, mentre Pollione, resosi conto d’amare ancora quella donna generosa e sublime, la segue unendosi al suo tragico destino.

Riproduzione_della_scenografia_della_opera_-Norma-,_Museo_Civico_Belliniano_di_CataniaI FATTI TEMPORALI

L’ intreccio di Norma, come abbiamo visto, è tutto giocato sull’ alternanza e la compenetrazione di due piani: quello ‘pubblico’, che si manifesta nei momenti rituali e collettivi, e quello privato, in cui agiscono gli affetti personali e si scatena il conflitto delle passioni che coinvolgono Norma, Adalgisa e Pollione. L’avvicendamento dei piani trova perfetta rispondenza nella complessità psicologica e drammatica della protagonista: Norma, la cui statura sovrasta ogni altro personaggio, è di volta in volta sacerdotessa e guida del suo popolo, amante appassionata, madre. I suoi interventi si sottraggono allo schematismo delle forme melodrammatiche coeve: le scene in cui canta Norma vedono sempre la partecipazione di altri personaggi o del coro, o sono inserite in ampi quadri a più sezioni (solo a Pollione è affidata un’aria doppia articolata nel modo tradizionale, con un cantabile, un tempo di mezzo e una cabaletta).

Particolarmente serrata, nell’opera intera, è la successione temporale dei numeri musicali. L’azione, concentrata in un tempo ristretto (secondo i precetti del teatro classico, che esigono unità di tempo) e scandita dalle entrate continue dei personaggi sulla scena, scorre incalzante fino alla catastrofe; l’intento di connettere i momenti musicali rendendo unitario lo scorrere del tempo drammatico è evidente, e finisce per soggiogare le strutture e le forme convenzionali del melodramma dell’epoca. Si spiega così un finale anomalo come quello del primo atto, allorché Pollione entra nell’abitazione di Norma, si interrompe il colloquio della sacerdotessa con Adalgisa, è svelata l’identità dello sconosciuto amante della fanciulla, divampa il conflitto tra i personaggi (è il momento cruciale della vicenda drammatica, quello in cui affiorano i conflitti che condurranno alla catastrofe finale). Contrariamente alle aspettative non ha luogo, in questo punto, alcun concertato statico, non interviene il coro, non vi è stretta finale: il momento è musicalmente realizzato con un terzetto, in una dimensione privata anziché collettiva; il numero, inoltre, si salda direttamente – con un gioco di riminiscenze musicali – al precedente duetto di Norma e Adalgisa.

La ricerca di una continuità temporale è ancora più evidente nel finale del secondo atto. Un unico blocco multisezionale prende l’avvio dalla scena in cui Norma apprende da Clotilde che Pollione intende rapire Adalgisa, include il coro con cui i Galli inneggiano alla guerra e il duetto di Norma e Pollione, per giungere alla grande scena finale in cui la sacerdotessa si avvia al rogo. Nell’articolazione interna di queste sezioni, Bellini non segue le forme convenzionali: fonde tutto in un numero unico, seguendo l’evolversi dei conflitti tra i personaggi fino alla catastrofe finale. Evita, perciò, d’incanalare le espansioni liriche nelle forme del cantabile vero e proprio, con la sua perfetta simmetria e l’arresto del tempo drammatico; alterna invece sezioni diverse per tempo metronomico, accompagnamento orchestrale e caratterizzazione vocale, saldandole l’una all’altra in successione. Il momento finale rientra, a rigore, nel genere del cosiddetto rondò, la grande aria di bravura della prima donna; ma egli non aderisce per molti aspetti alle convenzioni. Il cantabile “Qual cor tradisti, qual cor perdesti”, ad esempio, ha il carattere del concertato statico di un finale primo, o di un concertato a più personaggi con coro, e non della sezione lirica di un’aria solistica; non sfocia, inoltre, in alcuna stretta o cabaletta. E anche il precedente duetto di Norma e Pollione attua una commistione di generi e forme: la sezione lirica “In mia man alfin tu sei” non avvia un duetto canonico, poiché la linea melodica è segmentata tra i due personaggi che la declamano sillabicamente, esprimendo tutta la profonda tensione della situazione, calma e immobile dal punto di vista drammatico. Bellini, in altri termini, aderisce alle esigenze della drammaturgia inglobando le forme tradizionali del melodramma italiano in un grande quadro collettivo, mosso dall’azione e fluidamente ininterrotto, nel quale intervengono – oltre alla protagonista – il coro e gli altri personaggi. L’effetto trascinante di questo finale, con la tensione che si accumula in un lento crescendo ritardando ilclimaxall’infinito, fa di questa pagina una delle più impressionanti e straordinarie dell’intero repertorio melodrammatico ottocentesco. La stessa memorabile intensificazione espressiva interviene nella preghiera di Norma, “Casta diva”, dove l’atmosfera lunare fa da sfondo a un lento crescendo estatico, con un’amplificazione graduale della sonorità orchestrale e un’ascesa melodica fino a un apice lungamente rinviato: espressioni tutte di un romanticismo del quale proprio allora, nell’Italia del melodramma, si iniziavano a cogliere i primi echi.

Della novità dell’opera dovettero rendersi conto, all’ epoca, già i primi interpreti. I cantanti arrivarono alla prima rappresentazione stanchi e in condizioni di eccezionale sovreccitazione nervosa, tanto che l’esordio dell’opera, la sera del 26 dicembre 1831, fece registrare un parziale insuccesso. Le cose mutarono nelle sere successive: nel corso di 34 rappresentazioni il pubblico della Scala fu trascinato da un entusiasmo crescente; subito dopo, l’opera iniziò il suo cammino trionfale per tutti i teatri d’Europa, e da allora non è più uscita di repertorio. Oggi Norma è considerata a pieno titolo una delle opere fondamentali del melodramma italiano dell’Ottocento.

Adalgisa: soprano o mezzosoprano?

Entrambe le protagoniste femminili della prima assoluta di Norma erano qualificabili come soprani: Giulia Grisi, a cui fu affidata la parte di Adalgisa (e che quattro anni dopo avrebbe creato anche il personaggio di Elvira ne I puritani), doveva divenire il prototipo del nuovo soprano angelicato di stampo romantico, dal timbro chiaro e in grado di sostenere tessiture acutissime; Giuditta Pasta, che ebbe invece il ruolo di protagonista assoluta, era stata classificata in origine come contralto, ma, pur mantenendo in repertorio ruoli come Tancredi o Cenerentola, si era poi spostata decisamente verso il registro sopranile: in effetti la si poteva considerare, al pari di Isabella Colbran e di Maria Malibran, un mezzosoprano acutissimo, in grado di convergere senza problemi su ruoli da soprano centrale. Nei decenni successivi però il registro di mezzosoprano, sconosciuto come tale in epoca barocca e classica, andò conquistandosi una sua marcata e crescente autonomia, e invalse l’uso di affidare a mezzosoprani le parti originariamente scritte per secondo soprano, qual era, nel caso in specie, il personaggio di Adalgisa. Si giunse così alla contraddizione, in termini di stilemi musicali e drammatici romantici, di affidare il colore verginale della giovane sacerdotessa al registro brunito dei mezzosoprani, di regola evocativo di sensualità e voluttà, mentre rimaneva appannaggio del soprano il personaggio più maturo e psicologicamente screziato di Norma, la cui parte, per di più, è caratterizzata da una maggiore estensione verso il basso.

Tale tradizione esecutiva, conservatasi anche nel Novecento, contrasta probabilmente con la volontà originaria dell’autore, ed è stata parzialmente sottoposta a revisione solo nell’ultimo scorcio del secolo, a partire da un celebre allestimento dell’ opera al Festival della Valle d’ Itria a Martina Franca, nel 1977, nel quale la parte della protagonista fu affidata a Grace Bumbry, un mezzosoprano acuto (come doveva essere l’interprete originaria), mentre Adalgisa fu interpretata dall’angelica Lella Cuberli, tipico soprano lirico di stampo belcantista. Di tale edizione è stata anche pubblicata una registrazione discografica dal vivo. L’idea di affiancare alla protagonista un’altra voce di soprano, che aveva avuto un precedente di minore risonanza, nello stesso anno 1977, al Filarmonico di Verona, dove a Radmila Bakocevic (Norma) era stata contrapposta l’ Adalgisa sopranile della giapponese Emiko Maruyama, trovò sviluppo già a partire dall’anno successivo, in occasione della famosa Norma fiorentina di Riccardo Muti, interpretata da Renata ScottoMargherita Rinaldi

«due soprani di timbro così simile però da poter essere confuse per una coppia di Adalgise. Meglio sarebbe riuscito a Muti nel 1994 – a Ravenna e in disco – con Jane Eaglen ed Eva Mei, voci di soprano sufficientemente diverse per restituire l’adeguato contrasto timbrico-psicologico delle due donne».

La nuova tendenza verso l’utilizzo di due soprani ebbe comunque il suo culmine negli anni ottanta con l’incisione discografica dell’opera da parte di due delle più grandi cantanti del secolo, già entrambe grandi Norme in teatro e in disco: Joan Sutherland e Montserrat Caballé,

«che per quanto attempate nel 1984 fisseranno un’ interpretazione di tutto rispetto, l’ una come druidessa strenuamente belcantistica, l’ altra come inedita e liricissima Adalgisa, forse la più vicina a rievocare il modello perlaceo della Grisi»

Nel 1987, anche al San Carlo di Napoli, l’opera fu allestita secondo i criteri originali con due soprani, Ghena Dimitrova nei panni di Norma e Maria Dragoni in quelli di Adalgisa, ripristinando il colore scuro e corposo per la protagonista e la voce più chiara e morbida per la giovane ministra. Successivamente peraltro, pur nello scarso numero complessivo di allestimenti dell’ opera, tale tendenza ha subìto, inopinatamente, un deciso ridimensionamento.

Nuove tappe nella vicenda interpretativa del capolavoro belliniano continuano comunque a essere tracciate con il passare degli anni, e il 2013 ha visto la pubblicazione da parte della Decca della registrazione in studio, con strumenti originali, dell’ edizione critica dell’ opera, curata da Maurizio Biondi e Riccardo MinasiIn questa versione la parte della protagonista torna a essere affidata a un mezzosoprano tout court come Cecilia Bartoli, mentre il ruolo di Adalgisa è attribuito a un vero e proprio soprano di coloratura come Sumi Jo. Questa medesima versione, con gli stessi complessi orchestrali e vocali, è stata poi eseguita al Festival di Salisburgo dello stesso anno, con l’unica modifica di rilievo rappresentata dal sopranino soubrette, Rebeca Olvera, al posto della Jo.

 

QUALCHE VIDEO PER CONOSCERE IL PROGRAMMA…

 

“Norma by Vincenzo Bellini (Pollione: Mario Del Monaco; Norma: Maria Callas; Oroveso: Giuseppe Modesti; Adalgisa: Ebe Stignani; Clotilde: Rina Cavallari; Flavio: Athos Cesarini – Coro della RAI Roma, Orchestra della RAI Roma, Dirigent: Tullio Serafin _ 1955):

“Norma by Vincenzo Bellini (Maria Callas: Norma; Mirto Picchi: Pollione; Ebe Stignani: Adalgisa; Giacomo Vaghi: Oroveso; Joan Sutherland: Clotilde _ Vittorio Gui conducts the Orchestra of the Royal Opera House, Covent Garden. 18 November, 1952 (Live)):

“Norma by Vincenzo Bellini (Sydney Opera House, Australia, 1978; Norma – Joan Sutherland; Oroveso – Clifford Grant; Adalgisa – Margareta Elkins; Pollione – Ron Stevens; Clothilde – Etela Piha; Flavio – Trevor Brown; The Australian Opera Chorus, The Elisabethan Sydney Orchestra, Conductor – Richard Bonynge, Director – Sandro Sequi _ 1978):

“Norma by Vincenzo Bellini (Norma – MARIA CALLAS soprano; Pollione – FRANCO CORELLI tenor; Adalgisa – CHRISTA LUDWIG mezzo soprano; Oroveso – NICOLA ZACCARIA bass; Clotilde – EDDA VINCENZI soprano; Flavio – PIERO DE PALMA tenor – Orchestra and Chorus of La Scala Opera House, Milan, TULLIO SERAFIN conductor):

… … …

 

 

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Written by mara

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